
Ma se ride, come fa a stare male?
di Sabrina Maria Gatto
Dottoressa psicologa
«Non mi sembra che stia male: a scuola ride, parla con i compagni e prende buoni voti.» È un’osservazione che può rassicurare un genitore o un insegnante. Poi, però, qualcuno racconta un’altra parte della giornata: la fatica ad addormentarsi, le attività abbandonate, la rabbia che scatta per una piccola richiesta. Per capire come sta un ragazzo, abbiamo bisogno di ascoltare entrambe queste esperienze.
Nella preadolescenza e nell’adolescenza la sofferenza non si manifesta sempre attraverso il pianto o l’isolamento. Può accompagnarsi a irritabilità, stanchezza, difficoltà di concentrazione e perdita di interesse per ciò che prima piaceva [1]. Questo non significa che ogni risposta brusca nasconda un problema psicologico. Significa osservare prima di concludere: «È soltanto svogliato» oppure «È l’età, passerà».
La domanda utile è: che cosa è cambiato rispetto a prima? Un’attività viene lasciata perché sono nati altri interessi oppure sembra che niente dia più piacere? La fatica del mattino è occasionale o si ripete insieme a notti difficili? Un singolo episodio dice poco; contano quanto le difficoltà durano, quanto sono intense e quanto incidono sulla vita quotidiana.
Anche i risultati scolastici raccontano soltanto una parte della storia. Possiamo interessarci a quanto sia costato ottenere un voto, alla paura di sbagliare, alla possibilità di chiedere aiuto. Un ragazzo può riuscire bene in un compito e sentirsi comunque inadeguato. Per questo «Come ti sei sentito?» può aprire una conversazione diversa da «Quanto hai preso?».
Famiglia e scuola possono osservare comportamenti differenti. Mettere insieme queste informazioni serve a comprendere, non a stabilire chi conosca meglio il ragazzo. Nel confronto deve trovare posto anche la sua voce: ciò che vediamo dall’esterno può non coincidere con quello che sta vivendo.
Quando racconta una difficoltà, spesso cerchiamo subito di rassicurarlo: «Non pensarci», «Non devi avere paura», «Andrà tutto bene». È comprensibile volerlo sollevare. Possiamo però offrirgli anche il tempo per esprimere ciò che sente, senza affrettarci a convincerlo che non ci sia motivo di stare male.
Aiutare non significa togliere ogni disagio. Ansia, tristezza e delusione fanno parte della vita; possiamo imparare a riconoscerle e scegliere come agire anche quando sono presenti [2]. Un ragazzo può desiderare di partecipare a un’attività e avere paura di sbagliare. Possiamo cercare insieme un passo possibile, senza pretendere che prima si senta completamente sicuro.
Questo non significa chiedergli di sopportare situazioni dannose o lasciare senza cura una sofferenza importante. Significa aiutarlo a scoprire che una difficoltà può essere affrontata con sostegno e gradualità, senza dover aspettare che ogni timore scompaia.
Anche le regole possono restare chiare. Se una risposta è offensiva, possiamo dirlo, distinguendo quel comportamento dal valore della persona. Dopo il limite può esserci una domanda: «Che cosa è successo?». Possiamo capire perché un ragazzo ha risposto male e, nello stesso tempo, chiedergli di usare parole rispettose.
Una cosa da portare nella settimana
Scegli un momento quotidiano da condividere, adatto alla vostra relazione. Prima di parlare, nota anche che cosa provi tu: preoccupazione, irritazione, fretta di trovare una soluzione?
Prova poi a chiedere: «C’è qualcosa delle tue giornate che vorresti capissi meglio?». Puoi usare altre parole o partire da un’attività insieme. Lascia spazio alla risposta senza trasformarla subito in un consiglio. Se nasce il desiderio di cambiare qualcosa, chiedi quale sostegno sarebbe utile, rispettando anche esitazioni e tempi diversi [3].
Se le difficoltà persistono, aumentano o compromettono il riposo, la scuola e le relazioni, è importante confrontarsi con il pediatra, il medico o uno psicologo.
Non dobbiamo sospettare di ogni sorriso. Possiamo però ricordare che, accanto a quel sorriso, potrebbe esserci altro da ascoltare.
Dott.ssa Sabrina Maria Gatto
Psicologa clinica — Psicoterapeuta in formazione a orientamento cognitivo-comportamentale (CBT)
Riferimenti
[1] National Institute of Mental Health. Teen Depression: More Than Just Moodiness.
[2] Hayes, L. L., Ciarrochi, J. (2017). Adolescenti in crescita. FrancoAngeli.
[3] Prochaska, J. O., DiClemente, C. C., Norcross, J. C. (1992). In search of how people change: Applications to addictive behaviors. American Psychologist, 47(9), 1102–1114.

Un commento
grazie dei suggerimenti