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Hortus a Cusano e Luna Blu a Cinisello. Esperienze concrete di inclusione

Una serata partecipata a Villa Casati Stampa, promossa dal Centro Culturale San Paolo, ha dato voce a storie di solidarietà, lavoro e accoglienza del territorio. Dalle esperienze di Hortus a Cusano Milanino e del bar Motta by Luna Blu a Cinisello Balsamo, il racconto di un bene capace di trasformare le persone e le comunità. Una sala gremita, un pubblico attento e tante storie capaci di restituire fiducia nel futuro. È questo il clima che ha accompagnato, il 14 ottobre alle ore 21, a Villa Casati Stampa, la serata Comunicare la speranza: le “buone notizie” vicino a noi. Un incontro dedicato a chi, anche lontano dai riflettori, lavora ogni giorno per costruire una società più inclusiva, nella quale la diversità non sia un ostacolo, ma una ricchezza da valorizzare. Significativa è stata la partecipazione alla serata da parte di Elisabetta Soglio, giornalista del Corriere della Sera, ideatrice e responsabile di Buone Notizie, il settimanale che racconta il mondo del volontariato, del Terzo settore e delle iniziative capaci di generare un cambiamento positivo. A dialogare con lei, attraverso testimonianze dirette, sono state alcune realtà del territorio che hanno fatto dell’inclusione una scelta concreta, dimostrando come il lavoro possa diventare uno strumento di autonomia, dignità e partecipazione.
Perché dedicare spazio alle buone notizie in un panorama informativo spesso dominato da guerre, crisi e fatti drammatici? È la domanda da cui ha preso le mosse Elisabetta Soglio, ripercorrendo la nascita del progetto editoriale del Corriere della Sera. All’inizio, ha raccontato, l’idea aveva suscitato qualche perplessità: si temeva che le storie positive da pubblicare si sarebbero esaurite in poco tempo. È accaduto esattamente il contrario. Le segnalazioni e le esperienze raccolte hanno mostrato quanto sia ricco il mondo di persone, associazioni e organizzazioni impegnate a fare del bene. Il problema, dunque, non è l’assenza di buone notizie, ma la difficoltà di riconoscerle e dare loro la giusta visibilità. «Pubblicare le Buone Notizie è un modo per continuare a dare speranza in un mondo dove l’informazione si occupa prevalentemente di fatti negativi», è il senso del messaggio affidato dalla giornalista al pubblico. Un insegnamento maturato anche attraverso l’incontro con le realtà del volontariato. Soglio ha ricordato, in particolare, l’invito ricevuto da una responsabile di VIDAS, associazione che offre assistenza gratuita alle persone con malattie inguaribili: al termine di ogni giornata, fermarsi a individuare tre cose belle accadute può aiutare a spostare lo sguardo dalla sofferenza alle possibilità, senza negare le difficoltà della vita. Un esercizio semplice, ma tutt’altro che superficiale. Perché raccontare il bene significa riconoscerne il valore, renderlo visibile e permettere che altre persone possano lasciarsene ispirare.

Lo staff di Hortus

Dalle parole si è passati alle esperienze concrete, con la testimonianza di Cristiana Clerici, proprietaria e chef di Hortus, ristorante vegetariano e vegano di Cusano Milanino, nato nel 2015 con l’ambizione di unire la qualità della cucina a un progetto sociale inclusivo. La scelta di creare un’impresa capace di offrire opportunità lavorative a persone con disabilità e a profughi è stata condivisa con la famiglia, che continua a sostenere attivamente il progetto. Una decisione che, nel racconto di Clerici, prende forma attraverso una metafora particolarmente significativa: quella dell’orto. Come si prepara il terreno per accogliere un seme, così occorre creare spazio per le persone e per la loro unicità. Come si dissoda la terra per renderla fertile, è necessario liberarsi dei pregiudizi che impediscono alle diversità di esprimersi. E come si cura una pianta rispettandone i tempi, anche un progetto di inclusione richiede attenzione, pazienza e rispetto. Hortus non è soltanto un luogo in cui si preparano piatti vegetariani e vegani di qualità. È anche un ambiente in cui il lavoro diventa occasione di crescita personale e professionale, favorendo relazioni fondate sulla fiducia e sulla collaborazione. Lo ha raccontato Alberto Meroni, cameriere fin dall’apertura del ristorante. L’opportunità ricevuta gli ha permesso di acquisire competenze e professionalità, fino a diventare tutor di altri ragazzi. La sua esperienza testimonia come un contesto lavorativo attento alle persone possa valorizzare capacità che rischierebbero altrimenti di rimanere inespresse. Per Alberto, Hortus è diventato «come una seconda famiglia»: un luogo in cui ci si rispetta, ci si accoglie con un sorriso e si costruisce insieme un’atmosfera positiva, che si trasmette anche ai clienti. È proprio qui che l’inclusione smette di essere un principio astratto e diventa esperienza quotidiana.

Un’altra storia di grande significato è quella del bar Motta by Luna Blu, a Cinisello Balsamo, locale storico oggi diventato un luogo di condivisione e inclusione, gestito nell’ambito delle attività legate alla fondazione Il domani dell’autismo. A raccontarne la storia è stato Alberto Brunetti, presidente della fondazione, che ha ripercorso il proprio cammino personale di padre di un ragazzo autistico e l’impegno maturato per costruire opportunità concrete per i giovani con disabilità. La diagnosi di un figlio, ha spiegato, può inizialmente far sentire il mondo crollare addosso. Poi, però, arriva il momento di decidere come affrontare quella realtà e trasformarla in una sfida. Brunetti ha scelto di farlo mettendosi al lavoro insieme ad altre famiglie e dando vita a progetti capaci di rispondere a un bisogno fondamentale: offrire ai ragazzi opportunità anche dopo la conclusione del percorso scolastico. Da questa esperienza sono nate diverse attività, tra cui un ristorante, una casa per ferie, appartamenti per la vita indipendente, pastifici e laboratori di panificazione. Realtà che, nel loro insieme, danno lavoro a centinaia di giovani.
Il dato più significativo riguarda il ruolo delle persone con disabilità all’interno di queste imprese: secondo quanto riferito da Brunetti, il 60-70 per cento del lavoro è svolto da persone con disabilità regolarmente assunte. Il bar Motta rappresenta uno degli esempi più vicini alla comunità locale. Il suo ingresso nel progetto è stato possibile grazie alla generosità dei precedenti proprietari, Maurizio e Daniela, che hanno scelto di donare il locale per favorire un percorso di inclusione sociale. Alessia Cutolo, che vi lavora come barista, ha raccontato come questa esperienza abbia cambiato il suo rapporto con se stessa e con gli altri. Prima era timida e insicura; oggi ha acquisito maggiore fiducia, apprezza il proprio lavoro e trova nell’ambiente quotidiano un clima di amicizia e collaborazione. La sua testimonianza restituisce una dimensione essenziale dell’inclusione: sentirsi parte di un gruppo, avere responsabilità, essere riconosciuti per ciò che si sa fare.

Il personale del bar Motta by Luna Blu

Nel racconto di Brunetti e dei collaboratori del bar sono emersi anche i progressi quotidiani dei ragazzi, fatti di gesti che possono sembrare ordinari, ma che assumono un valore straordinario quando rappresentano il superamento di una difficoltà. C’è Matteo, che durante una giornata particolarmente affollata è riuscito a raccogliere le ordinazioni per iscritto senza commettere errori, nonostante le difficoltà linguistiche. C’è Paolo, che ha superato la paura di portare un caffè al tavolo ed è arrivato a servire calici di vino ai clienti. E c’è Marco, che ha imparato a preparare il caffè nonostante le difficoltà nella manualità. Sono risultati che raccontano un percorso fatto di esercizio, fiducia e opportunità. Ma raccontano anche quanto l’ambiente possa fare la differenza: quando una persona viene messa nelle condizioni di imparare, sperimentare e assumersi responsabilità, le sue capacità possono crescere in modi inattesi. Anche i familiari e i colleghi sono coinvolti in questo cammino. Lavorare insieme richiede di imparare nuovi compiti, modificare abitudini e scoprire modalità diverse di collaborazione. In cambio, si riceve un’energia che, come è emerso durante la serata, nasce dall’entusiasmo e dalla soddisfazione di vedere i progressi degli altri. A rendere possibile tutto questo è stata anche la scelta di Maurizio e Daniela, gli ex proprietari del bar, presenti all’incontro e accolti da un lungo applauso. Daniela ha raccontato che la decisione di donare il locale è maturata dopo aver conosciuto un ragazzo legato ad Anffas, che aveva trovato lavoro come riparatore di biciclette. Il giovane le aveva detto che sarebbe stato felice di ricevere una sua visita anche soltanto per un sorriso, senza necessariamente avere bisogno di qualcosa. Quelle parole l’avevano profondamente colpita, facendole intuire il bisogno di affetto, attenzione e visibilità di tanti ragazzi. Da qui, insieme al marito, la decisione di trasformare la conclusione della loro attività in un’occasione per aprire una nuova possibilità agli altri. Un gesto di generosità che ha permesso a un’attività commerciale di diventare uno spazio di crescita e partecipazione. E che dimostra come anche una scelta individuale possa innescare un cambiamento capace di coinvolgere un’intera comunità.

Rosaria Molteni (al centro), moderatrice della serata

A moderare l’incontro è stata Rosaria Molteni del Centro Culturale San Paolo, che ha accompagnato le testimonianze in una serata nella quale l’ascolto si è trasformato progressivamente in partecipazione emotiva e riflessione condivisa. Il pubblico ha seguito con attenzione gli interventi, lasciandosi coinvolgere da storie che hanno mostrato come la solidarietà non sia soltanto una risposta ai bisogni, ma una possibilità di costruire relazioni nuove e una società più attenta alle persone. Il filo conduttore emerso dalle diverse esperienze è chiaro: l’inclusione non si realizza soltanto attraverso le dichiarazioni di principio, ma creando occasioni reali di lavoro, autonomia e appartenenza. Richiede persone disposte a mettersi in gioco, famiglie che collaborano, imprese che scelgono di aprirsi e comunità capaci di sostenere percorsi spesso complessi. La serata del 14 ottobre ha mostrato che queste energie esistono anche vicino a noi. Sono presenti nei luoghi di lavoro, nelle associazioni, nelle imprese sociali e nei gesti di chi sceglie di condividere ciò che ha per offrire agli altri una possibilità. In un tempo in cui le notizie negative rischiano di alimentare impotenza e rassegnazione, ascoltare queste testimonianze significa riscoprire che il bene non è un’eccezione lontana, ma una realtà che prende forma attraverso decisioni quotidiane. Forse è proprio questo il messaggio più importante lasciato dall’incontro: la speranza non consiste nel chiudere gli occhi davanti alle difficoltà, ma nel riconoscere che esistono persone capaci di affrontarle e di trasformarle in occasioni di cambiamento. E che ciascuno, nel proprio piccolo, può contribuire a questo percorso. Perché le buone notizie non sono soltanto quelle che vale la pena raccontare. Sono anche quelle che possiamo scegliere di far accadere.

Emanuele Lavizzari

Dopo un titolo accademico in Lingue e Letterature Straniere ha lavorato in ambito turistico-alberghiero tra Spagna e Italia e nel settore della tecnologia in Germania. In seguito a un master universitario in ideazione e produzione audiovisiva approda al giornalismo. Ha collaborato con alcune testate locali in Lombardia, prima di giungere all’Associazione Italiana Sommelier, dove attualmente è responsabile del coordinamento redazionale e direttore editoriale della rivista “Vitae”. Ama l’impressionismo musicale, la poesia simbolista e le contaminazioni fra generi nella musica e nella letteratura. Passa agevolmente da una tastiera di pc a quella di un pianoforte, anche se tra i due preferisce decisamente il secondo. Questo è il motivo per cui si è dedicato a ulteriori studi e ha conseguito una laurea magistrale in Scienze della Musica con una tesi sul compositore spagnolo Manuel de Falla. Suoi grandi interessi sono anche l'analisi dei linguaggi dei mass media e l'atletica leggera. Ha corso tanti chilometri in pista, su strada e su percorsi campestri e non si è ancora stancato di farlo.

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