
La magnifica storia di Luigi Seveso. Cinisellese, maestro, compagno
“[…] Ora Van Loon si sta preparando piano al suo ultimo viaggio,
i bagagli già pronti da tempo, come ogni uomo prudente,
o meglio, il bagaglio, quello consueto, di un semplice o un saggio,
cioè poco o niente
e andrà davvero in un suo luogo o una sua storia
con tutti i libri che la vita gli ha proibito,
con vecchi amici di cui ha perso la memoria,
con l’infinito […]”
“Van Loon è dedicata a mio padre, una canzone molto intensa che ho provato più volte a inserire nella scaletta dei miei concerti. La provo e poi sono costretto a rimetterla via. Non riesco a farla senza star male e piangere, perché, nel frattempo, mio padre è morto”. Francesco Guccini
E divenne anche la mia canzone, dedicata a mio padre, che non c’è più, e quando l’ascolto ancora mi commuovo. La dedico ora a Cristina e Daniela. (https://youtu.be/viiEsczgZ3A?si=z6l988wcPFg58aUy)
Quando penso a Luigi, penso ai suoi occhi chiari, a quel sorriso disarmante, ai suoi modi gentili. Un uomo buono, che ha vissuto il suo tempo da protagonista. Anni fa intervistai lui ed Enrica, la sua amata compagna di una vita. Di quella mattinata passata con loro ricordo in particolare la sua commozione fino alle lacrime mentre mi raccontava di suo padre e ricordo il gesto amorevole di Enrica che gli si avvicinò con discrezione per asciugargli le lacrime.
Di lui e del suo impegno come politico e cooperatore ha scritto su queste pagine Ivano Bison, io voglio invece ricordarlo scrivendo quello che mi raccontò della sua famiglia d’origine, della sua infanzia e giovinezza, vissute in un periodo difficile.
La famiglia di Luigi Seveso era sestese, della Torretta. Giunse a Cinisello Balsamo nel 1933, dopo varie traversie: “Nel 1931 mio padre era stato condannato a quattro anni di reclusione; però, in seguito a un’amnistia, ne ha scontati tre”. Quando fu liberato, fece molta fatica a trovare un’occupazione e a casa c’erano due figli da mantenere: “Mia sorella era del 1926 e mio fratello del 1934. Non è stata una vita facile, non c’era da mangiare, mio padre si arrabattava in qualsiasi modo per la famiglia, ma senza abbandonare l’attività politica. Un suo grandissimo pregio era quello di aver sempre creduto negli ideali del comunismo e, uscito dalla prigione, aveva ripreso con lo stesso ritmo e le stesse modalità l’attività politica clandestina, con un certo malumore di mia madre che si preoccupava per noi bambini. Era fame vera. Ma, grazie ai miei zii, che erano contadini a Balsamo, potevamo avere un po’ di verdura e farina gialla per il pane. Non era tutto, ma gran parte di quello che ci serviva per andare avanti”. Luigi è del 1939, ma anche se era il più piccolo di casa, percepiva la fatica dei genitori e dei fratelli: “Mio padre e mia madre avevano fatto diversi mestieri, tra cui l’ortolano in piazza Italia. Io sono nato in quella casa; nove giorni dopo la mia nascita ci siamo trasferiti in viale delle Rimembranze, nelle case della Cooperativa Diaz, con ingresso in via Concordia”. Erano in cinque in due locali. Una piccola cucina dove c’erano un tavolo, cinque sedie, un lavandino, una stufa e un’ottomana, dove dormiva la sorella di Luigi. Poi c’era una camera dove dormivano i genitori e i due figli maschi, uno di testa e uno di piedi, in un letto di una piazza e mezzo: “Quando si è sposata mia sorella, ho dormito io sul divano. Ricordo che alla mattina mio padre si alzava e cercava il padellino per il latte e immancabilmente gli cadevano le altre pentole e il rumore mi svegliava alle 7 del mattino. Avevamo la turca sul ballatoio. E pensare che, durante l’occupazione, in quella turca mio padre si era nascosto per mezza giornata quando i tedeschi, nel corso dei rastrellamenti, erano venuti a cercarlo”. Il lungo periodo della guerra aggiunse ulteriori ristrettezze a quelle già esistenti, nonché la paura per i bombardamenti: “Quando suonava l’allarme mia madre mi nascondeva sotto i margasch (fusti di granoturco) alla Cornaggia, senza sapere che lì c’era una postazione antiaerea. A volte si andava nella cantina del palazzo del Circolo Concordia, dove io giocavo mentre le donne recitavano il rosario; oppure andavamo in una cascina. Per un po’ di mesi siamo rimasti da alcuni parenti sulle montagne del Piemonte”.
Il padre Carlo iniziò a lavorare alla Magneti Marelli come tornitore, faceva parte del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) clandestino di fabbrica; fu uno degli organizzatori degli scioperi. Impugnò le armi solo negli ultimi giorni di lotta per impedire ai tedeschi di portare via le attrezzature dalla Marelli. Nel dopoguerra fu molto attivo in città, la Casa del Popolo era la sua seconda casa; lì venivano pensate e organizzate numerose iniziative. Oltre a essere stato assessore della prima Giunta dopo la Liberazione, fu nominato presidente dell’ECA (Ente Comunale di Assistenza) e giudice conciliatore. “Tornava a casa dal lavoro con la tuta unta; mia madre gli scaldava l’acqua per lavarsi in un catino. Fuori, lungo la ringhiera, c’erano molte persone in fila che volevano parlargli. Intanto io facevo i compiti nella stessa stanza; vivevo quell’esperienza, ma senza capirla fino in fondo”. Luigi si emoziona fino alle lacrime ripensando a suo padre che affrontava i problemi della gente, cercando delle soluzioni: “Me lo vedo davanti che si lava la faccia, stanco del lavoro, con l’altro di fronte che gli parla dei suoi problemi, mentre lui ne ha di più; però lo ascolta e cerca di aiutarlo. Ogni volta che ci penso mi commuovo. Inconsciamente io assorbivo questi valori e per me non c’è mai stata la necessità di cercare altri stimoli, perché la mia educazione mi spingeva naturalmente verso quel senso di libertà e giustizia sociale che lui aveva”. Agli inizi degli anni Cinquanta fu licenziato. Dal 1947 al 1966 si contarono nelle fabbriche migliaia di licenziamenti, molti per rappresaglia politica e sindacale contro ex partigiani, attivisti di reparto, membri delle commissioni interne. “Mio padre, che si sentiva responsabile della famiglia, è andato a lavorare a Robecco per quattro soldi. Io ho visto la sua fatica, quella di mia sorella e di mio fratello che lavorava e la sera studiava. Però, nonostante le ristrettezze, mio padre ha cercato di non farci mancare nulla; avevamo la radio, che nessuno aveva a quel tempo, e avevamo la macchina fotografica. È stato un padre esemplare che, con sacrifici enormi, ci ha permesso di studiare. Non ci è mancato nulla per essere sereni come gli altri bambini; abbiamo vissuto periodi difficili ma, nonostante tutto, eravamo felici. Abbiamo potuto beneficiare dello spirito liberale che contraddistingueva mio padre. Ognuno di noi ha potuto fare le sue scelte in totale liberta”.

“Da piccolo ho frequentato l’Asilo Cornelio, di cui ricordo il cortile molto bello che confinava con quello del podestà e ricordo che mi facevano pulire con un cucchiaio il pentolone dove c’era il cibo avanzato”. In seguito Luigi frequentò la Scuola Elementare Corridoni a Balsamo. Era un bambino tranquillo e la maestra Manzini non fu mai severa con lui, forse anche perché sapeva che sua sorella studiava da maestra: “Non ho mai preso un castigo. Ero molto timido, come adesso, se qualcuno che non conosco mi guarda in faccia, divento rosso”. La dotazione di uno scolaro di allora era molto limitata: “Avevo due quaderni con copertina nera, uno a righe e uno a quadretti, una cartella, un astuccio in legno che conteneva matita, gomma, penna con pennino, pennini di ricambio e sei pastelli a colori”. Nel cortile della scuola giocavano con le biglie, le figurine, la fionda, alla rella o alla tolla e si arrampicavano sugli alberi: “Ci appostavamo per vedere se dal tram scendeva la maestra; se vedevamo che non arrivava ci disperdevamo lungo le strade e nei cortili. Ma poi il bidello ci veniva a cercare e dovevamo tornare indietro”. Luigi studiava con i cugini su un tavolino nella stalla dello zio perché a casa faceva freddo e lì c’era un bel tepore grazie al fiato della mucca e del cavallo. Lo zio aveva una pianta di fichi e facevano merenda con quei frutti dolcissimi. Luigi ricordava di aver avuto un’infanzia felice. Con gli altri compagni di scuola, tra i quali c’erano due cugini e anche Ernesto Castano (che divenne un famoso calciatore), avevano formato un gruppo che allegramente e liberamente scorrazzava, da maggio a settembre sempre a piedi nudi, per sfidare le regole e compiere piccole monellerie: “Andavamo sull’autostrada a costruire delle capanne sotto le robinie; quando arrivava la polizia scappavamo a gambe levate. Spesso, per dispetto, passavamo attraverso l’autostrada per andare a fare il bagno alla roggia in Cornaggia. Visto che non passavano auto, prendevamo il sole distesi su viale Lombardia. Si andava poi al pollaio, dove c’erano alberi da frutta, per rubare le pere e le albicocche; facevamo merenda e poi scappavamo”. Il 17 gennaio di ogni anno, quando si celebrava Sant’Antonio Abate, i ragazzi andavano nelle cascine a fare incetta di margasch. Al centro della piazza veniva predisposta una catasta che doveva servire alla sera per il tradizionale falò. Si preparavano falò più piccoli in tutte le corti e c’era la gara per fare il fuoco più alto: “Per dimostrare coraggio i ragazzi saltavano sopra i falò. Tra di noi qualcuno era più intraprendente. In particolare ricordo un ragazzino vivacissimo, e per questo ammirato da tutti noi. Ne faceva di tutti i colori, come quando in chiesa, di nascosto, toglieva la sedia a quelli che stavano per sedersi. Nel cortile avevamo costruito delle capanne sui tigli dove andavamo a dormire o a nasconderci; si giocava anche nei pagliai. Tutte cose che adesso i bambini non possono più fare; avrei il batticuore se le facessero i miei nipoti. E mi sento in colpa”.
“Non mi piaceva studiare, però mio padre mi ha mandato alla Scuola Media Mario Galli a Sesto San Giovanni; aveva pensato che avrei dovuto studiare anch’io come i miei fratelli. Ci andavo a piedi, indossando il vestito di mio fratello, un Principe di Galles alla zuava, tutto sfilacciato sulle ginocchia e sul sedere; usavo la cartella per coprirmi. Finita la terza media, gli avevo detto che non volevo più studiare. Lui mi ha risposto che se questa era la mia decisione il giorno dopo avrei dovuto iniziare a lavorare alla Cooperativa Aurora, che aveva lo spaccio alimentare in piazza Italia. Ho cominciato subito facendo il garzone; ero impegnato dalla mattina presto. C’era un forno e il mio compito era prendere il pane, metterlo in una gerla e con la bicicletta andare a consegnarlo a Felice Riccardi, che lavorava allo spaccio de La Previdente. Mi mettevo i pantaloni sopra il pigiama perché in inverno faceva molto freddo. Dopo circa un anno ho detto a mio padre che non volevo più fare quel lavoro. Per me non restava altro che ritornare a scuola. Provavo un po’ di vergogna anche per il fatto che a Balsamo si parlava sempre in dialetto e io a scuola dovevo mentalmente fare la traduzione, che non sempre mi riusciva bene. Come studente non ero un modello da seguire. Mi sono iscritto alle magistrali sull’esempio di mia sorella, ma anche perché il ciclo di studi era più breve. Ho avuto la fortuna di avere una professoressa severissima che mi aveva spinto a leggere i libri e questo negli anni mi è servito molto, anche nel mio ruolo di direttore del giornale della Cooperativa. Dopo aver conseguito il diploma di maestro ho iniziato a insegnare quasi subito, prima a Cusano Milanino, poi a Nova Milanese e infine alla Scuola Elementare in piazza Costa. Da lì ho iniziato con un certo entusiasmo il mio percorso di insegnante; dicevano che ero capace di gestire i bambini più difficili. Erano quelli che provenivano da famiglie di immigrati che avevano cinque, sei figli. Il trauma del trasferimento dalla loro terra creava tensioni e i bambini ne risentivano, a volte venivano maltrattati. Alla Costa avevo a che fare con centinaia di bambini, prima come vice e poi come direttore delle prime colonie e centri ricreativi”.

Poi arrivò anche il tempo per convolare a nozze: “Enrica la conoscevo perché sua mamma veniva in cooperativa a fare la spesa e io poi la consegnavo a casa. A quei tempi si usava ballare nelle case, era l’epoca del rock and roll, e quelle erano le occasioni per frequentarci, così come le gite per andare a sciare. Solitamente alla domenica si faceva una passeggiata nel pomeriggio e alla sera si andava al cinema dell’oratorio, ma Enrica doveva tornare alle 22.30, anche se il film non era finito. La mamma l’aspettava alla finestra. Altre occasioni per stare insieme erano quando si andava a scuola a Milano. Tutto questo è durato per sei anni”.
Questi ricordi di Luigi Seveso, da me raccolti, raccontano della sua infanzia e del percorso di formazione. La sua professione di insegnante si intrecciò ben presto con l’impegno politico come assessore e con quello di cooperatore. Era il periodo in cui si registrò anche nella nostra città una forte immigrazione, in particolar modo dal Sud Italia. Gli abitanti passarono dai 15.017 del 1950 agli 80.484 del 1980. La nostra divenne una città con una forte attitudine all’accoglienza. Seveso fu uno dei protagonisti di quell’incredibile stagione, in cui si fronteggiò l’emergenza dando case e servizi a tanta gente che non aveva nulla e spesso viveva negli scantinati. Con la scomparsa di Luigi Seveso e, prima, di Enrica Brambilla, la nostra comunità perde due figure importanti della storia cittadina. Il loro impegno lascia tracce indelebili nel percorso democratico che ha caratterizzato la nostra comunità.

