Il giornale di Cinisello Balsamo e Nord Milano

Cooperazione, casa e giovani. Generazioni: la comunità che si coltiva

di Valentina La Terza
Direttrice Fondazione Auprema

Per tre giorni, anche quest’anno, il festival Generazioni ha animato Villa Casati Stampa e poi il cortile di via Bramante. Si è parlato di cooperazione, di casa, di giovani, di invecchiamento e di futuro dei nostri territori. Si è mangiato, giocato, fatto sport, ascoltato musica, partecipato a laboratori, visitato mostre, raccolto fondi per progetti di solidarietà.

Tutti i momenti hanno visto una bella partecipazione, per numeri e per sorrisi. Tanti i volontari e tante le volontarie che hanno contribuito a renderla possibile.

Qualcuno, non solo in questi giorni, mi ha chiesto a cosa potesse mai servire.

Nel sottotitolo della quinta edizione di Generazioni si leggeva “Cooperare ieri, oggi e domani”.  Io credo che queste occasioni ci possano aiutare a riflettere su come, cosa, perché e per chi.

Le comunità hanno bisogno di riti, di appuntamenti che ritornano, di luoghi nei quali riconoscersi, di occasioni nelle quali incontrarsi anche senza avere necessariamente un problema da risolvere o una decisione da prendere. Una festa, un pranzo, un laboratorio, una partita, una discussione pubblica possono sembrare cose molto diverse. Eppure hanno qualcosa in comune: permettono alle persone di stare insieme e, facendolo, rendono visibile una comunità a se stessa.

Alla sua quinta edizione, Generazioni sta diventando anche questo: un appuntamento nel quale, per qualche giorno, proviamo concretamente a praticare quel fare insieme che è alla base dell’esperienza cooperativa.

E non è qualcosa che possiamo dare per scontato.

Le cooperative di abitanti sono nate in una società molto diversa da quella odierna. Persone che spesso condividevano luoghi di lavoro, quartieri, esperienze politiche e associative, condizioni materiali e riferimenti culturali decidevano di mettere insieme risorse e capacità per rispondere a un bisogno fondamentale: avere una casa.

Oggi le nostre comunità sono inevitabilmente più complesse. Le biografie sono più mobili, le famiglie più sottili, le appartenenze meno nette. Molti di noi vengono da lontano, hanno studiato e si sono formati in contesti diversi da quello italiano. Altri, anche se nati a pochi chilometri da qui, arrivano e arriveranno a Cinisello Balsamo innanzitutto per necessità, scegliendo di vivere in UniAbita perché, in un mercato della locazione sempre più inadeguato, hanno bisogno di una casa.

È una ricchezza, ma significa anche che la comunità nasce meno spontaneamente.

Abitare nello stesso caseggiato non significa necessariamente conoscersi. Essere soci e socie della stessa cooperativa non significa automaticamente sentirsene parte.

Oggi abbiamo ancora più bisogno di coltivare intenzionalmente le relazioni. La dimensione mutualistica di una cooperativa non vive soltanto nelle sue regole, nei contratti o nei servizi che offre. Ha bisogno di relazioni vive tra le persone.

Stare insieme aiuta a conoscersi. Conoscersi aiuta a capirsi. E capirsi è la base essenziale per cooperare.

Una comunità non serve soltanto a stare bene insieme. Serve anche a fare delle cose insieme.

Lo vediamo davanti ad alcuni dei cambiamenti che ci aspettano. L’invecchiamento, per esempio: come continuare a vivere autonomamente nelle nostre case quando diventiamo più anziani? Come contrastare la solitudine? Come mettere in relazione chi ha una necessità con chi può offrire tempo, una competenza, una piccola disponibilità? Come immaginare case, servizi e relazioni adatti alle diverse fasi della vita?

Non tutte le risposte potranno essere acquistate sotto forma di servizi. Alcune dovremo provare a costruirle insieme.

Non a caso, durante Generazioni, accanto ai momenti di festa, abbiamo discusso proprio di questo: di welfare territoriale e reti di cura, di comunità vitali, di giovani e del loro rapporto con il territorio, fino all’incontro dedicato ad “Abitare insieme nelle diverse fasi della vita – la cooperazione di abitanti e la sfida delle generazioni”.

C’è poi un’altra dimensione del fare insieme che per Fondazione Auprema è fondamentale: scegliere di impegnarsi per chi, in un determinato momento, si trova in una situazione di maggiore difficoltà.

Anche qui dovremmo forse superare una distinzione troppo semplice tra “noi” e “gli altri”, tra chi aiuta e chi viene aiutato. Le fragilità attraversano le vite: possiamo perdere il lavoro, ammalarci, separarci, attraversare un periodo di difficoltà economica, diventare anziani.

Da anni Fondazione Auprema accompagna soci e famiglie che attraversano situazioni temporanee di difficoltà legate all’abitare; attraverso il Social Market contribuisce a sostenere persone e famiglie in difficoltà economica, grazie anche al coinvolgimento dei volontari e alla collaborazione tra organizzazioni del territorio.

Sono attività molto diverse da un festival. Eppure appartengono allo stesso disegno. Perché aiutare insieme è uno dei collanti più potenti di una comunità: non produce soltanto una risposta per chi ne ha bisogno, ma costruisce relazioni e responsabilità reciproca tra le persone che vi partecipano.

Ed è qui, credo, che possiamo leggere anche il rapporto tra Fondazione Auprema e UniAbita.

Non qualcosa “in più” rispetto all’impresa.

Il lavoro della Fondazione non è semplicemente una componente sociale o di responsabilità sociale dell’attività di UniAbita. Può essere, e sempre più credo dovrebbe essere, parte integrante della capacità della cooperativa di gestire il presente e progettare il proprio futuro.

Una cooperativa di abitanti deve essere prima di tutto un’impresa solida: deve amministrare bene il proprio patrimonio, garantire la sostenibilità economica, investire, mantenere e innovare le proprie case. Quelle case sono abitate da persone e inserite in quartieri e città che cambiano. Per questo la qualità della gestione e dello sviluppo dell’impresa dipende anche dalla capacità di comprendere ciò che accade dentro e intorno ad esse.

Qui la Fondazione può portare uno sguardo complementare.

Può intercettare bisogni che ancora faticano a tradursi in una domanda esplicita; sperimentare risposte nuove; attivare competenze e risorse che vengono dal Terzo Settore; costruire collaborazioni con istituzioni, fondazioni e altre organizzazioni; accedere a risorse dedicate a finalità sociali e trasformarle in progettualità che possono produrre conoscenza e innovazione anche per la cooperativa.

Non è quindi soltanto una questione di raccogliere risorse aggiuntive. È anche la possibilità di avere un luogo nel quale osservare i cambiamenti sociali, sperimentare e imparare, riportando poi questo patrimonio dentro la riflessione sul futuro della cooperativa.

L’invecchiamento dei soci, le nuove fragilità economiche, l’arrivo di nuovi abitanti, il bisogno di servizi e di relazioni nei caseggiati non sono temi esterni alla gestione di un’impresa cooperativa dell’abitare. Sono parte del contesto nel quale quell’impresa dovrà continuare a essere sostenibile e capace di rispondere alla propria missione.

C’è infine un’altra funzione che considero importante.

Fondazione Auprema è uno dei ponti attraverso cui UniAbita continua a stare in relazione con il territorio.

Una relazione che non nasce oggi. La storia della cooperativa è profondamente intrecciata a quella di Cinisello Balsamo e del Nord Milano. UniAbita e le cooperative da cui proviene non hanno semplicemente costruito edifici: hanno contribuito allo sviluppo della città, alla sua vita sociale e associativa, alla costruzione di luoghi e relazioni. Il loro impatto non è stato soltanto urbanistico.

Oggi quel rapporto con il territorio deve necessariamente assumere forme nuove.

Anche attraverso i progetti della Fondazione, UniAbita entra in relazione con associazioni, cooperative sociali, scuole, università, servizi pubblici, istituzioni e fondazioni. Generazioni stesso lo racconta bene: il festival è costruito insieme a una rete molto ampia di soggetti del territorio e mette nello stesso luogo cooperazione, associazionismo, ricerca, cultura, sport e cittadinanza.

Essere radicati in un territorio, del resto, sappiamo bene che non significa soltanto avere lì i propri immobili. Significa continuare a partecipare al suo sviluppo.

È questo, forse, il filo che lega Generazioni alle altre attività di Fondazione Auprema: creare occasioni nelle quali la comunità cooperativa possa continuare a praticarsi, ma anche aprirsi, contaminarsi e costruire alleanze con ciò che la circonda.

Perché una comunità non è qualcosa che semplicemente abbiamo, né qualcosa che possiamo ereditare una volta per tutte da chi è venuto prima di noi.

Una comunità è qualcosa che facciamo. E, per continuare a esistere, ha bisogno di essere coltivata.

È quello che, insieme a UniAbita, vorremmo continuare a fare. Vi aspettiamo per coltivare insieme la nostra comunità. Ci trovate a PuF, a Generazioni Lab e, tra qualche giorno, anche a SartEusebio.

Redazione "La Città"

Articolo precedente

Lo sfogo dell’ex assessore assolto: Cinisello rimasta ferma nel tempo

Articolo successivo

Cinisello, il giardino della scuola torna a vivere in un progetto condiviso

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *