23 Settembre 2026

Il giornale di Cinisello Balsamo e Nord Milano

A 70 anni da Marcinelle, la tragedia dei lavoratori dimenticati

“[…]Le case, le pietre ed il carbone dipingeva di nero il mondo/Il sole nasceva, ma io non lo vedevo mai, laggiù era buio/Nessuno parlava, solo il rumore di una pala che scava, che scava/Le mani, la fronte hanno il sudore di chi muore[…]”. Fu verso gli inizi degli anni ‘70 che ascoltai per la prima volta il brano Una miniera dei New Trolls. E fu la prima volta che sentii parlare di Marcinelle da mio padre. Lui quella storia la conosceva bene, perché proveniva dal paese dell’Abruzzo che fu definito “città martire” per l’alto costo di vite umane pagato nella tragedia che si consumò l’8 agosto ‘56 nella miniera del Bois du Cazier a Marcinelle, in Belgio. 262 vittime, tra di loro 136 italiani di diverse Regioni, 60 abruzzesi, 22 di Manoppello. Una geografia della disperazione. A 70 anni di distanza, a Manoppello la Cappella delle Vittime e la Piazza Caduti di Marcinelle (che ospita un monumento commemorativo di Pietro Cascella), simboli della più grave catastrofe dell’emigrazione italiana, sono state dichiarate monumenti nazionali.

Nel dopoguerra in Italia le riserve di carbone erano agli sgoccioli e le potenze vincitrici lo lesinavano agli sconfitti. Molta manodopera e poche materie prime, esattamente l’opposto del Belgio che disponeva di grandi giacimenti ma di poca manodopera. Giuseppe Brusasca, sottosegretario agli Affari Esteri: “Abbiamo 2 milioni di disoccupati da assorbire, la nostra popolazione in età produttiva aumenta di 350 mila unità all’anno, mentre il nostro suolo non permette di dare lavoro a tutti”. Quando gli prospettavano il problema della disoccupazione, De Gasperi diceva: “Imparate le lingue e andate all’estero”. “Fateli entrare nell’ordine di idee di emigrare, vadano a far carbone in Belgio”, dichiarava Fanfani, rivolto ai sindaci abruzzesi. Secondo la storica italo-belga Anne Morelli, nel ‘46 i belgi non volevano fare i minatori perché erano coscienti dei pericoli e delle malattie: la più diffusa e grave la silicosi, una patologia polmonare irreversibile. Il 23 giugno ‘46 si giunse a un accordo che permetteva all’Italia di acquistare carbone dal Belgio a un prezzo di favore, a fronte dell’impegno italiano a inviare 50 mila minatori. In cambio si sarebbero potuti importare 2-3 quintali di carbone al mese per ogni lavoratore. L’accordo fu denominato “Uomo-carbone”. Furono affissi manifesti in tutti i comuni, la Federazione Carbonifera Belga si rivolgeva agli italiani per reclutare minatori, promettendo condizioni vantaggiose, ma omettendo i pericoli del lavoro in miniera. I volontari dovevano confluire a Milano, dove una commissione medica belga effettuava la selezione. Il lavoro di minatore richiedeva un corpo sano e vigoroso, coraggio, forza, sangue freddo. I minatori: “Ero impressionato perché eravamo sotto la stazione Centrale, nelle catacombe”. “Eravamo considerati come bestiame, quando fummo 600 ci imbarcarono a Milano, destinazione Bruxelles. Un viaggio interminabile”. “Arrivati a Ponte Chiasso, attraversammo la Svizzera senza fermate, con i vagoni chiusi per paura che qualcuno scendesse”. “In pieno inverno ci portarono in una caserma con dei camion scoperti. Fummo tenuti in uno stanzone dove ci soffiavano sul collo una polvere gialla per disinfettarci, come se fossimo animali con la peste”. Il contratto prevedeva 5 anni di miniera con l’obbligo tassativo di farne almeno uno. Coloro che non volevano continuare a lavorare finivano in carcere, dove si moriva di fame: “Tutte le sere venivano questi padroni e ci domandavano chi volesse lavorare. C’erano sempre 8, 10, 20 che per la fame tornavano al lavoro”.

Tra il ‘46 e il ‘57 in Belgio arrivarono 140 mila italiani. Nel ‘48 furono abolite le discriminazioni di trattamento tra italiani e belgi, fu esteso agli italiani il regime di assicurazione sociale dei belgi. Si cominciò a pensare al ricongiungimento delle famiglie. I lavoratori a volte portavano con sé 4,5,6 bambini: “A 2 anni e mezzo arrivai in Belgio con la mamma perché il papà lavorava in miniera. Ricordo che non c’era l’acqua in casa e mio papà fece una carretta per andare a prenderla alla fontana”. Anne Morelli: “Le baracche destinate agli italiani si trovavano nei campi di concentramento costruiti dai tedeschi per i prigionieri sovietici, in seguito occupati da prigionieri tedeschi”. Dopo lo shock per gli alloggi, ve ne fu uno più terribile: il primo giorno in miniera, la discesa nelle viscere della terra. Durava un paio di minuti e poi iniziava un tragitto che li portava alla vena di carbone; ci voleva anche più di un’ora prima di raggiungere la galleria dove veniva estratto il minerale: “Lavoravamo 8 ore e non potevamo stare né in piedi, né in ginocchio”. Molti avevano paura dell’ascensore: “Dall’entrata della miniera, dove tutto era bianco per la neve, mi ritrovai a 1000 m di profondità, dove tutto era nero”. C’erano dei ragazzi giovani che piangevano: “Oggi sono sceso, ma domani non scendo più”. Anne Morelli: “Urlavano, allora gli mettevano un sacco sulla testa perché non vedessero dove andavano a finire”.

Il pozzo n. 1, in funzione dal 1830, aveva una profondità che aumentava man mano che veniva estratto il carbone, fino ad arrivare a 1035 m. Le strutture erano in legno. L’areazione era fornita da grandi ventilatori alimentati elettricamente. Quell’8 agosto la miniera si riempì di fumo a causa di un incendio nel condotto che portava l’aria dentro i tunnel sotterranei. Il montacarichi, avviato nel momento sbagliato, aveva urtato contro una trave d’acciaio, tranciando un cavo dell’alta tensione, una conduttura dell’olio e un tubo dell’aria compressa. Le scintille fecero incendiare 800 L di olio e le strutture in legno del pozzo. Le fiamme, spinte dal ricircolo dell’aria, si propagarono nelle gallerie. Un nuovo pozzo in cemento armato e vetro era in costruzione, se fosse stato ultimato avrebbe potuto essere la via di salvezza.

I soccorritori, muniti di maschere speciali con un’autonomia di 3 ore, erano impegnati 24 ore su 24, 3 ore di lavoro e 3 di riposo. I minatori, invece, furono dotati di piccoli strumenti di respirazione solo dopo la catastrofe: “Se glieli avessero dati prima, molti si sarebbero salvati”. La mattina del 9 le fiamme furono domate, al loro posto un’immensa nuvola di vapore: “Aprendo una porta trovammo i primi morti, un cavallo e i fratelli Camillo e Rocco Iezzi di Manoppello”. Nelle miniere vi erano muli e cavalli, vittime inconsapevoli, che trainavano i vagoni nelle gallerie; lavorando sempre al buio diventavano quasi tutti ciechi. Abruzzese, partigiano della Brigata Maiella, il soccorritore Silvio Di Luzio fu uno dei più coraggiosi. Con l’aiuto di canotti, per evitare il contatto con l’acqua infetta, partecipò a una spedizione a 1035 m per estrarre dall’acqua 11 cadaveri. Colpito da un getto di liquido sprigionatosi da un cadavere, col viso sfigurato per l’infezione, finì in ospedale; ma volle tornare subito in miniera. Il primo giorno furono trovati 6 minatori vivi: “Dopo, solo morti e morti. Si andava giù a impacchettare i cadaveri, erano tutti scoppiati, gonfi per il gas, ti cascava una testa fra le mani, una gamba, un braccio”. Di Luzio aveva lavorato fianco a fianco con i tedeschi prigionieri, ex soldati del Terzo Reich, contro cui aveva combattuto da partigiano.

Lucia Romasco di Manoppello, l’ultima vedova, racconta: “Urlavano che stava bruciando la miniera”. All’entrata uno scenario di disperazione: il suono delle ambulanze, mogli e figli ad aspettare, donne che svenivano. Per giorni si era sperato di vedere qualcuno uscire vivo: “Ogni tanto passava un’ambulanza, ci dicevano che erano i feriti e invece erano i primi cadaveri che portavano in chiesa. Mio marito, Santino Di Donato, lo portarono su morto il 12 settembre. Aveva 28 anni”. Gli ultimi corpi furono portati in superficie il 22 marzo ‘57.

I primi funerali si tennero in Belgio il 13 agosto. I carri funebri e una folla di autorità, vedove, orfani, compagni di lavoro con le tute da minatore, erano le immagini di dolore, rabbia, dignità e orgoglio che sfilarono davanti alle cineprese della tv belga, diffuse in tutto il mondo.

L’1 ottobre ‘59 il Tribunale di Charleroi assolse tutti gli imputati. Nessuno era responsabile della catastrofe. Dopo la reazione dell’opinione pubblica e della stampa italiana si giunse a un processo d’appello che trovò un capro espiatorio in Adolphe Calicis, unico a essere condannato (6 mesi). Di Luzio: “Impedirono a noi soccorritori di testimoniare. Così condannarono quel poveretto che per noi era come un padre. Avrebbero dovuto condannare la direzione, guadagnavano tanti soldi, ‘sti lazzaroni, e facevano crepare gli operai”.

Al Bois du Cazier avrebbero voluto costruire un supermercato: “Mi vennero i brividi, abbiamo ancora dei fratelli sotto i nostri piedi”. Grazie alle proteste ora il sito è patrimonio dell’Unesco.

Qualcuno è stanco di ricordare il proprio dolore, altri continuano a scavare nella memoria come scavarono un tempo nelle gallerie. Ne vengono fuori pietre spigolose di rimpianti, risentimenti, nostalgia, rabbia. Marcinelle è una tragedia volutamente dimenticata. Ci furono delle responsabilità governative nei confronti degli emigranti. Poca chiarezza sui rischi del lavoro in miniera. I viaggi su vagoni piombati e gli alloggi nelle baracche dei campi di concentramento sono immagini che avevamo confinato al periodo bellico. E pensare che il boom economico ci fu anche grazie alle rimesse di milioni di italiani che vivevano all’estero, a quei 2-3 quintali di carbone al mese per ogni uomo e alle 8 ore di lavoro a 1035 m sottoterra. Un costo umano altissimo per risanare l’economia del Paese.

Nei confronti degli italiani ci fu anche molto razzismo: “I belgi, prima del ’56, erano i più grandi razzisti d’Europa e non potevano vederci a noi italiani. Sono cambiati solo dopo la disgrazia”. “Ci chiamavano sporco maccheroni”. “Sulle case da affittare era scritto: a tutti, ma non agli stranieri”. “Dicevano che eravamo andati a mangiare il loro pane”. Anne Morelli: “Quello che ci meraviglia molto è che l’Italia non si ricorda più di essere stato un Paese di emigrazione, c’è una certa amnesia. Gli immigrati oggi sono i poveri diavoli che arrivano in Italia, ma per noi italiani del Belgio questi poveri diavoli hanno sempre il viso dei nostri padri”.

Questo articolo è dedicato alla memoria di Giuseppe Ricci.

Copertina del settimanale Vie Nuove del 25 agosto ’56, diretto da Luigi Longo. Manoppello, a casa di Sante Toppi è giunta la notizia della sua morte in miniera.

Patrizia Lucia M. Rulli

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