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“Cattivo”, l’esordio letterario di Simone Abbruzzi fa parlare la periferia

Ci sono romanzi che raccontano la periferia e romanzi che la fanno parlare. Cattivo, esordio narrativo del cormanese Simone Abbruzzi pubblicato da Transeuropa, appartiene decisamente alla seconda categoria. È un libro che rinuncia alla distanza dell’osservatore e sceglie di immergersi nella vita dei suoi protagonisti, fino a restituirne il linguaggio, le paure, la rabbia e la disperata ricerca di un’identità.

La storia è quella di tre ragazzi – Luca, Ricky e Samuele – cresciuti tra la Comasina e Affori, nella periferia nord di Milano. Le loro voci finiscono per fondersi in un unico racconto, quasi a suggerire che le loro vicende siano, in fondo, la stessa vicenda: quella di una generazione che fatica a trovare un posto nel mondo e che spesso conosce soltanto la legge della strada. Non ci sono eroi, né facili redenzioni. C’è piuttosto un’umanità fragile, che alterna violenza e bisogno d’affetto, desiderio di fuga e incapacità di immaginare un futuro diverso.

Il titolo è già una dichiarazione di intenti. “Cattivo” non indica semplicemente chi sceglie il male. È un’etichetta, uno stigma, quasi un destino sociale. Abbruzzi suggerisce che, in certi contesti, la cattiveria possa diventare una forma di sopravvivenza, un linguaggio condiviso, il modo con cui si cerca di conquistare rispetto quando tutto il resto sembra negato. È una riflessione scomoda, che evita accuratamente sia il moralismo sia la giustificazione.

Il punto di forza del romanzo è proprio la scrittura. Ruvida, diretta, essenziale, ma mai gratuita. L’autore costruisce un ritmo serrato, capace di alternare dialoghi asciutti a pagine di forte intensità emotiva. Il linguaggio della strada non viene utilizzato come semplice elemento folkloristico, ma diventa parte integrante della costruzione narrativa. Ne nasce un realismo che richiama, per certi aspetti, la migliore tradizione del romanzo urbano italiano, senza però cadere nell’imitazione.

La periferia descritta da Abruzzi è una condizione esistenziale. Le case popolari, i parchetti, lo stadio diventano scenografie di un disagio che attraversa molte città contemporanee. In questo senso Cattivo parla certamente di Milano, ma potrebbe raccontare tante periferie italiane ed europee, dove la povertà educativa, la fragilità familiare e la marginalità economica rischiano di trasformarsi in esclusione sociale.

Uno degli aspetti più riusciti del libro è la capacità di evitare gli stereotipi. I protagonisti non sono mai ridotti alla cronaca nera. Conservano contraddizioni, fragilità, ironia e persino tenerezza. Il lettore non è chiamato ad assolverli, ma nemmeno a considerarli semplicemente colpevoli. È invitato piuttosto a interrogarsi su quali meccanismi producano determinate traiettorie di vita.

Qualche passaggio avrebbe forse beneficiato di un maggiore approfondimento psicologico, mentre in alcuni momenti la tensione narrativa sembra privilegiare l’impatto emotivo rispetto alla riflessione. Ma si tratta di sfumature che non compromettono il valore complessivo dell’opera.

Con Cattivo Simone Abruzzi firma un esordio convincente e coraggioso. Un romanzo che racconta la periferia senza spettacolarizzarla, restituendo dignità letteraria a vite che troppo spesso finiscono soltanto nelle pagine di cronaca. È una storia che lascia addosso inquietudine, ma anche una domanda difficile da eludere: quanto della cattiveria che vediamo ogni giorno è davvero una scelta individuale, quanto è connaturata nella natura umana e quanto, invece, è il prodotto di un adattamento al contesto sociale difficile?

Un libro duro, autentico e attuale, che merita di essere letto proprio perché non offre risposte semplici a problemi complessi.

Redazione "La Città"

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