
Rubato il ritratto di Lea Grofalo dai giardini di via Montello a Milano
di Laura Incantalupo
Se a 27 anni dalla sua morte dà ancora fastidio significa una sola cosa: Lea ha fatto la scelta giusta e chi ne ha tutelato la memoria ha fatto un ottimo lavoro. Continuiamo a farlo.
Nella notte tra il 29 ed il 30 maggio scorsi ignoti, senza coraggio e senza onore hanno sottratto dai Giardini a lei dedicati in via Montello a Milano, proprio di fronte a dove Lea Garofalo aveva vissuto, il suo ritratto; ma chi era Lea Garofalo e perché parlarne a Milano?
La storia di Lea
Nata a Petilia Policastro (KR) il 4 aprile 1974, Lea Garofalo è stata una testimone di giustizia italiana, vittima innocente di ‘ndrangheta, uccisa a Milano il 24 novembre 2009 e madre di Denise Cosco, divenuta a sua volta testimone di giustizia dopo la scomparsa della madre anche per difenderne la memoria che veniva infangata da chi l’aveva uccisa.
Figlia di Antonio Garofalo e Santina Miletta, Lea rimase orfana del padre ucciso quando aveva nove mesi e crebbe con la nonna, la madre ed i fratelli maggiori Marisa e Floriano. Quest’ultimo divenne capofamiglia e fu ucciso in un agguato, l’8 giugno 2005, probabilmente perché non aveva a sua volta ucciso Lea divenuta nel frattempo collaboratrice di giustizia.
A quattordici anni Lea si innamorò di Carlo Cosco, allora diciassettenne. Quest’ultimo riteneva di poter, utilizzando la relazione con lei, aumentare il proprio prestigio all’interno della ‘ndrina dei Garofalo. La coppia si trasferì a Milano, in viale Montello 6 ed il 4 dicembre 1991, a soli 17 anni, nacque Denise.
Il 7 maggio 1996 Cosco ed altri membri della famiglia vennero arrestati per traffico di stupefacenti e Lea, recatasi a visitarlo in carcere, lo informò che aveva deciso di lasciarlo portando con sé la figlia. La reazione dell’uomo fu talmente violenta che dovettero intervenire le guardie carcerarie.
Lea lasciò Milano con Denise ma fu rintracciata dai Cosco e decise quindi di rivolgersi ai Carabinieri per raccontare quello che sapeva e proteggere Denise. Entrambe furono inserite nel programma di protezione. Sino al 2013 però – quando Lea era già morta da quattro anni – le sue dichiarazioni non portarono ad alcun processo ed il programma fu revocato portando anche all’annullamento dei documenti che garantivano ad entrambe una identità di protezione.
Nel 2008, nel corso di un incontro pubblico ed ormai senza più alcuna fiducia nello Stato ma fermamente decisa a riprendersi la propria dignità e il proprio futuro soprattutto per la figlia Denise, Lea si avvicinò a don Luigi Ciotti. Conobbe quindi la responsabile dell’ufficio legale dell’associazione Libera, l’avvocata Enza Rando. Nella primavera del 2009 Lea decise di uscire definitivamente dal programma di protezione.
Il 24 novembre di quell’anno, su invito di Cosco che era al corrente della difficile situazione economica delle due donne, Lea accompagnò la figlia a Milano, convinta che la presenza di Denise l’avrebbe protetta. L’avvocata Rando tentò invano di dissuaderla. Cosco fece di tutto per riconquistare la fiducia della donna e riuscì nell’intento di separarle, portando la figlia a casa del fratello con la scusa di farla cenare e farle salutare zii e cugini.
Verso le 19.10, in un appartamento di piazza Prealpi, Lea fu uccisa. Carlo Cosco fece poi ritorno con Denise all’Arco della Pace dove aveva appuntamento con Lea, fingendo di attenderla. Il corpo di Lea fu trasportato a Monza nella zona di San Fruttuoso, bruciato ed i resti sciolti nell’acido.
Denise capì subito che era successo qualcosa alla madre e chiese al padre di accompagnarla nei luoghi che avevano frequentato in quei giorni. I due si recarono anche dai Carabinieri ma dato che non erano passate 24 ore e, ovviamente, non c’era un corpo, i militari non poterono fare nulla. Denise raccontò il giorno successivo ai Carabinieri di via della Moscova della sua vita da protetta e sottolineò ancora una volta di essere certa che Lea non si fosse allontanata di sua volontà lasciandola col padre ma che fosse stata uccisa dallo stesso.
La vicenda processuale
Il 18 ottobre 2010 Carlo Cosco ed altri furono arrestati con l’accusa di aver torturato ed ucciso Lea e di averne distrutto il cadavere. Il processo di primo grado iniziò il 6 luglio 2011 a Milano ma non fu richiesta l’aggravante mafiosa. Ciò nonostante, Lea viene ricordata ogni 21 marzo nell’elenco delle vittime innocenti di mafia. Denise, assistita dall’avvocata Rando, si costituì parte civile insieme al Comune di Milano, alla zia Marisa Garofalo e alla nonna Santina Miletta. In mancanza del corpo (che fu ritrovato solo a novembre del 2012), il processo si basava soprattutto sulle dichiarazioni di Denise e sui dati che i Carabinieri avevano ricavato dai tabulati telefonici. La sentenza di primo grado che comminava l’ergastolo a tutti e sei gli imputati fu emessa il 30 marzo 2012.
Nel corso dell’estate 2012, Carmine Venturino, inizialmente messo a fianco di Denise per controllarla ma che si era poi invaghito di lei, decise di collaborare con la giustizia. Questa collaborazione permise di aprire il processo di appello il 9 aprile 2013. Venturino raccontò che era stato Carlo Cosco, insieme al fratello Vito ad uccidere Lea e che poi lo stesso Venturino si era occupato di trasportare e distruggere il cadavere. La testimonianza successiva di Carlo Cosco permise di scagionare dall’accusa di omicidio Giuseppe Cosco.
Il 29 Maggio 2013 la corte di Appello di Milano rivide così le pene: ergastolo per Carlo e Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino; 25 anni per Carmine Venturino grazie alla sua collaborazione ed assoluzione per Giuseppe Cosco.
La vicenda di Lea Garofalo fu ignorata dalla stampa nazionale sino a quando non divenne di importanza nazionale mentre se ne occuparono la giornalista di Narcomafie Marika Demaria e gli studenti del sito web Stampo Antimafioso. Il 18 dicembre 2014 la Prima sezione penale della Corte di Cassazione ha confermato le condanne della Corte d’Assise d’Appello di Milano.
La memoria di Lea
Il 19 ottobre 2013 in piazza Beccaria a Milano, tremila persone assistettero ai funerali pubblici di Lea; funerali che furono seguiti in diretta da Rainews 24 e tutte le testate nazionali si occuparono della storia di Lea e Denise.
I resti della giovane testimone di giustizia riposano oggi al cimitero monumentale di Milano perché l’amministrazione le ha riconosciuto di aver dato lustro alla città, conferendole il 7 dicembre 2013 l’Ambrogino d’Oro.
Il 14 marzo 2018 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha conferito a Lea la medaglia d’oro al valor Civile con la seguente motivazione:
Con ammirevole determinazione, pur consapevole dei rischi cui si esponeva, si ribellava al contesto in cui era cresciuta, pervaso da criminalità e devianze educative e, dopo aver lasciato il compagno, esponente di una cosca calabrese, fuggiva dall’ambiente di origine per dare alla figlia opportunità diverse, decidendo, nel contempo, di collaborare con le Forze di polizia, rivelando notizie su omicidi ed estorsioni. Dopo alcuni anni, veniva rintracciata e rapita dall’ex convivente, con l’aiuto di altri complici, e, dopo uno spietato interrogatorio e terribili torture, veniva barbaramente uccisa, con occultamento del cadavere, mai più ritrovato. Splendido esempio di straordinario coraggio e altissimo senso civico, spinti fino all’estremo sacrificio. Novembre 2009 – Milano.
Il 18 novembre 2015 RAI1 ha trasmesso il film di Marco Tullio Giordana “Lea” che si può rivedere su RaiPlay.
Il 17 ed il 24 aprile 2016 due episodi della trasmissione “Un Giorno in Pretura” su RAI3 – che si può rivedere su RaiPlay – hanno ricostruito il processo.
[1] Per approfondimenti sulla figura di Lea Garofalo si veda WikiMafia, libera enciclopedia sulle mafie a questo link https://www.wikimafia.it/wiki/Lea_Garofalo
