Il giornale di Cinisello Balsamo e Nord Milano

Immigrazione e islam, piazza Fallaci non è la risposta giusta

di Jurij Bardini

Per immaginare il futuro di una città bisogna prima leggerne il presente. E la prima cosa da fare è osservarla per come è davvero, questa città, e non per come vorremmo che fosse. Anche se intitoli a Oriana Fallaci la piazza sopraelevata della Crocetta, la realtà non sarà diversa: allo skate park, vedrai sempre una parte consistente di bambini che hanno origini non italiane. 

È un processo irreversibile, perché i loro genitori hanno radicato la propria presenza nel tessuto economico e sociale della nostra città.

Quello che può accadere, se intitoli la piazza alla Fallaci, è che le persone che frequentano quei luoghi si sentano un po’ più escluse, non volute, discriminate. Così, si produce l’ennesimo piccolo slittamento verso un paese sempre più chiuso, ripiegato su se stesso, che dimentica le proprie radici e ha paura di un futuro incerto. 

Beninteso, tutti abbiamo paura del futuro. E soprattutto oggi: pochi possono sentirsi davvero al sicuro mentre l’ordine mondiale viene abbattuto con una velocità impressionante, il clima impazzito fa sentire la propria morsa, i salti tecnologici sembrano offrire più pericoli che opportunità. 

L’epoca di sviluppo che – unico caso nella storia dell’umanità! – ha portato le generazioni più anziane a stare meglio dei propri genitori sta tramontando. E il nostro Occidente, orfano dei suoi paradigmi di sviluppo e delle sue alleanze geopolitiche, è ormai abbondantemente alla periferia degli eventi. 

Fa paura tutto questo? Certo.  Ma siamo sicuri che la soluzione sia rinunciare a leggere la realtà per come è veramente, e credere che possa semplicemente cambiare anche se noi non facciamo niente?

Così come a Roma, dove in quattro anni di governo nessuno è riuscito a rilanciare il nostro paese (pur chiamandolo “nazione”), anche a Cinisello Balsamo, dove di anni ne sono passati il doppio, non si osserva alcun rilancio strutturale. 

Non intendiamo certo dire che l’amministrazione abbia fatto solo danni. E nemmeno che tutte le sue azioni siano sbagliate. Una su tutte: i finanziamenti al Munaf e il suo ampliamento sono un risultato oggettivamente positivo, che ci fa piacere rilevare. 

Tuttavia, il punto non è fare l’elenco delle cose riuscite o delle nefandezze. Il punto è un altro: siamo davvero certi che, per la portata delle sfide che abbiamo davanti, siamo realmente pronti?

Viene da chiederselo perché se una città come la nostra, che è uno fra i maggiori hub migratori del Nord Italia, pensa di affrontare la questione della convivenza fra persone di paesi differenti con intitolazioni islamofobiche, ordinanze contro i minimarket, strade presidiate dalle volanti e retate estemporanee… sembra davvero che manchi un senso di progettualità complessiva.

Siamo così tranquilli a tenere ai margini chi viene da un altro paese o è nato qui da genitori stranieri? E non lo diciamo per questioni etiche, attenzione: per una volta, lasciate a questo giornale un approccio di netto pragmatismo. Voliamo bassi, stiamo al livello del portafogli e della strada.

Bene, con una popolazione che cala irreversibilmente dal 2015 a oggi, cosa vogliamo fare? Restiamo completamente sereni sul fatto che le coppie italiane, con stipendi sempre più inadeguati e difficoltà crescenti nell’accedere a una casa, faranno il numero di figli necessari a sorreggere uno stato sociale che non tiene più? 

Le pensioni sono la prima voce di spesa dello stato, l’evasione fiscale è altissima, la sanità è al collasso, le spese militari tornano a crescere. Come si può realisticamente pensare che questo sistema, per come è stato progettato decenni fa, sulla base di una società completamente diversa, stia ancora in piedi?

Crederlo è un atto di pura ideologia. E anche di puro egoismo e di forte irresponsabilità verso i giovani e il loro futuro. La strada migliore, seppur difficile, non potrebbe essere, semplicemente, provare a convivere? Siamo così sicuri della nostra superiorità umana e culturale da pensare che non avremmo nulla da guadagnare?!

Provate a pensare che cosa succederebbe se quei bambini allo skate park di Crocetta potessero contare su una certezza: “A 18 anni sarò cittadino italiano e potrò votare, lavorare con un contratto vero e rendermi indipendente nel paese in cui sono cresciuto”. 

Non sarebbe meglio? Non saremmo più felici anche noi? Non allargherebbe anche i nostri diritti? Non ci permetterebbe di restituire almeno una parte della fortuna che abbiamo avuto a nascere nella parte più ricca del mondo?

E se non amate queste motivazioni, immaginate quanta sicurezza sociale avreste in un paese che, al posto di mettere ai margini le persone, crea percorsi di sviluppo e inclusione. Un paese che, a partire dalla sue città, assicura alla popolazione che non ci sono cittadini di serie B ma che ogni persona ha gli stessi diritti e gli stessi doveri. 

Perché intendiamoci, ai margini si sta davvero uno schifo. E non ci vuole certo un luminare per capire che, quando costruisci i ghetti, poi i ghetti esplodono generando insicurezza per tutti. 

Che tu sia di destra o di sinistra, è tuo interesse pretendere dalla politica un approccio efficace all’immaginazione, a partire dall’amministrazione locale. 

Redazione "La Città"

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Un commento

  • bell’articolo per un,ampia riflessione.

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