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Verso il 25 Aprile. Sotto il segno di Calamandrei, padre della Costituzione

All’indomani del referendum costituzionale sulla giustizia del 22-23 marzo (che ha visto la vittoria del NO con quasi il 54% di voti, bloccando la riforma del Governo sulla separazione delle carriere), sul gruppo Facebook “Amici del pensiero e dell’azione di Piero Calamandrei” scrive la nipote Silvia: “Calamandrei sorride!” – “Curiosamente i referendum volti a stravolgere la Costituzione hanno coinciso con anniversari di Calamandrei: 50°-2006, 60°-2016 e 70° quest’anno. Ogni volta ci si è ricordati della sua difesa della Carta”. Oltre al 70° anniversario della morte di Piero Calamandrei, avvenuta a Firenze il 27 settembre 1956, quest’anno si celebra anche il 70° della Corte Costituzionale, prevista dall’art. 135 della Costituzione e operativa dal 1956. Ricorre altresì l’80° anniversario del referendum con cui gli italiani scelsero la Repubblica; era il 2 giugno 1946. Data storica, perché è anche l’anniversario del primo voto politico nazionale delle donne, che avevano già votato nelle elezioni amministrative dello stesso anno. Ed è anche l’80° anniversario dell’Assemblea Costituente, incaricata di redigere la Carta Costituzionale, la cui prima seduta si tenne il 25 giugno 1946.

Un anno così importante, denso di anniversari legati alla Costituzione, sarebbe stato funestato se avesse vinto il SÍ. Scriveva Calamandrei: “Di questo dichiarato dispregio della «santità» della Costituzione, di questa ostentazione di miscredenza in quella «religione senza dogmi» che è il fondamento non scritto dei governi veramente democratici, ci sembra di poter indicare […] che gli organi responsabili abbiano perduto (o non abbiano mai acquisito) il senso limite che separa il lecito costituzionale da quel delitto costituzionale che l’art. 138 chiama «attentato alla Costituzione».” E, a tale proposito, aggiungeva: “È vero che nella nostra Costituzione è previsto uno speciale procedimento per rivederla; ma è anche vero che, nello spirito dell’Assemblea Costituente questo procedimento, particolarmente lento e solenne, è stato dettato non per invogliare i posteri alle revisioni costituzionali, ma al contrario per ammonirli a non dimenticare che la nostra è una Costituzione «rigida», le cui modificazioni saranno sempre da considerarsi come una extrema ratio straordinaria ed eccezionale, da affrontarsi con prudente diffidenza e solo dopo lunghi periodi di esperienza politica”.

Nell’editoriale del quotidiano Domani, Emiliano Fittipaldi così commenta la vittoria del NO: “Referendum, l’onda popolare ferma l’arroganza del potere. «La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». La frase di Piero Calamandrei, che il tempo e la retorica hanno consumato senza riuscire ancora a svuotarla, torna oggi con una poderosa evidenza. Perché vi sono momenti nei quali una democrazia avverte che ciò che è in gioco non è una banale norma tecnica, né una disputa tra giuristi o perfino la sorte di un governo, ma il confine sottile tra l’equilibrio dei poteri e la tentazione autocratica di uno di essi”. 

Calamandrei colse da subito l’importanza dell’indipendenza della Magistratura. Nel 1921, nel discorso inaugurale dell’anno accademico dell’Università di Siena, individuò le “tortuose vie […] che la politica segue per far sentire il suo influsso sull’amministrazione della giustizia”, mettendo in pericolo la separazione dei poteri, in particolare fra giustizia e politica “che di quella separazione costituisce il cuore pulsante”. Era quello l’anno delle violenze che portarono al potere il fascismo ed egli sottolineò che: “Essa sola, la Magistratura, continua a battersi quotidianamente per la legalità, simile a un eroico esercito di veterani fedeli che, mentre nel Paese le congiure politiche depongono il vecchio sovrano, continuano lungo il confine, fronte al nemico, ad immolarsi in nome di un re che più non regna”. Gli antidoti da lui proposti vengono rappresentati dall’autogoverno della Magistratura, dall’affermazione del principio dell’inamovibilità dei giudici e dei pubblici ministeri e dall’unità della giurisdizione.

Ritornò su questi temi, tra il 1945 e il 1946, all’interno dei lavori della Commissione Forti e dell’Assemblea Costituente. Divenuto a Firenze ordinario di Diritto Processuale Civile ed eletto presidente del Consiglio Nazionale Forense, Calamandrei predispose la celebre Relazione sul potere giudiziario e sulla suprema Corte Costituzionale, fermamente allineata alle tesi sostenute negli anni Venti. Furono indicati i confini invalicabili delineati al momento della prefigurazione della Costituzione della Repubblica. Uno dei cinque punti enumerati è quello dell’autonomia della Magistratura, quale “ordine indipendente” con poteri di “autogoverno”, assoggettato unicamente alla legge.

Ogni volta che si affronta un testo di questo grande giurista ci si imbatte sempre in profonde analisi di un’attualità che non ti aspetti. Testi giuridici, saggi, racconti, epigrafi, discorsi, tutto risulta sempre di chiara lettura, coinvolgente e carico di pathos. Si deve molto anche alla nipote Silvia che ha curato numerose riedizioni o pubblicazioni postume.

Lo scorso 11 marzo, per ricordare l’anniversario della scomparsa di Piero Calamandrei, in occasione della “Giornata dei Giusti dell’Umanità”, quest’anno dedicata a “I Giusti per la democrazia. Dialogo e nonviolenza per costruire la pace”, è stata posata una targa a lui dedicata nel “Giardino dei Giusti di Tutto il Mondo di Milano” (Monte Stella): “Giurista e politico italiano, padre costituente, ha dedicato la vita alla difesa della democrazia, dell’antifascismo e della Costituzione”. Alla cerimonia è intervenuta Francesca Cenni, direttrice della Biblioteca Comunale e Archivio Storico Piero Calamandrei, che ha sottolineato come: “Calamandrei torna a essere presenza viva. Non un riferimento lontano, ma un pensiero che interroga il presente: la democrazia non è mai acquisita una volta per tutte, ma va praticata ogni giorno, attraverso la partecipazione e la responsabilità. Le sue parole insistono su un rischio sottile ma decisivo, quello dell’indifferenza, che Calamandrei considerava il vero nemico delle società libere. La Costituzione appare allora come un progetto ancora in divenire, una promessa che prende forma solo se sostenuta da una cittadinanza attiva, da una scuola capace di educare al pensiero critico e da istituzioni che sappiano garantire giustizia e dignità. Ne emerge un invito chiaro: riconoscere che lo Stato siamo noi e che la sua tenuta dipende, prima di tutto, dalla coscienza e dall’impegno di ciascuno”.

Proprio sull’indifferenza, il 26 gennaio 1955, Calamandrei si rivolse agli studenti milanesi con queste parole: “[…]Però, vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo, che è, non qui per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani, un po’ una malattia dei giovani, l’indifferentismo. «La politica è una brutta cosa, che me ne importa della politica». Quando sento fare questo discorso mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. E allora questo contadino, impaurito, domanda a un marinaio: «Ma siamo in pericolo?». E questo dice: «Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda». Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno: «Beppe, Beppe, Beppe!» – «Che c’è?» – «Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda» – e quello dice: «Che me ne importa, n’è mica mio!». Questo è l’indifferentismo alla politica. È così bello e così comodo!  È così comodo, la libertà c’è, si vive in regime di libertà, c’è altre cose  da fare che interessarsi di politica. Eh, lo so anch’io, il mondo è così bello, ci son tante belle cose da vedere e da godere oltre che occuparsi di politica. Eh, la politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria, ci s’accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai. E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai. Ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica”.

P. Calamandrei, Costituzione e leggi di Antigone, La Nuova Italia Editrice, Scandicci (Firenze), 1996; M. Jasonni,Ordine giudiziario e indipendenza della Magistratura nella lezione di Piero Calamandrei, Rivista Il Ponte, 29 marzo 2019.

Patrizia Lucia M. Rulli

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