
Perché la remigrazione contrasta con i valori della Costituzione
di Elena Buscemi
Bardella, Abascal, Wilders, Slesers, Orban sono alcuni dei politici di estrema destra ospiti del prossimo raduno dei Patriots che si terrà, su in vito di Matteo Salvini, in piazza Duomo a Milano il 18 aprile.
Parola d’ordine: remigrazione, un neologismo dalle radici antiche che strizza l’occhio alle espulsioni etniche e che ricorda quanto visto in Europa alla fine degli anni Trenta. È il redivivo sogno di un continente bianco, ripulito da chi ha origini diverse anche se è nato e vive qui da più generazioni, additato come il colpevole dei mali della nostra società, dalla violenza al degrado fino alla disoccupazione.
Contro questa iniziativa che, a mio giudizio, veicola contenuti e messaggi in forte contrasto con i valori della nostra Costituzione e con la storia della nostra città, ho presentato un Ordine del Giorno in Consiglio comunale a Milano. Ho chiesto che l’Aula e l’Amministrazione esprimessero in modo for male la loro contrarietà a questa manifestazione e ho posto dei dubbi sull’opportunità di ospitare il raduno anche sotto il profilo della sicurezza pubblica.
Su questo secondo punto mi è stato detto che non c’era nulla da fare, il prefetto e il questore hanno comunicato al sindaco che non ci sono motivi di ordine pubblico per negare la piazza. Del mio documento è rimasto quindi in piedi il punto più importante, quello politico: di fronte a una piattaforma di valori così lontani dalla nostra cultura repubblicana, antifascista e democratica, di fronte all’idea di piazza del Duomo occupata da un’estrema destra populista che vuole presentarsi con la faccia pulita, ho ritenuto che non bastassero le dichiarazioni alla stampa ma che fosse necessario un documento politico formale, nero su bianco, che rimanesse agli atti del nostro Consiglio e della nostra città.
Ho fatto cioè, da presidente del Consiglio comunale, una cosa semplice che rientra nelle mie prerogative di eletta – magari non una consuetudine per chi presiede l’aula -, che ho ritenuto opportuna di fronte a un evento di questa portata. Di certo non immaginavo la reazione scomposta e violenta che la mia azione ha suscitato, cosa che già da sola rende bene l’idea del livello di certe parti politiche e del loro contributo dibattito pubblico.
Mi hanno urlato contro “fascista rossa”, mi hanno offesa dandomi dell’antidemocratica, hanno provato a giocare con le parole per ribaltare i ruoli e le responsabilità: loro, paladini della democrazia e della libertà di espressione, io pericolosa censore illiberale.
Nulla di più lontano da me, ovviamente. Sarebbe bastato leggere il mio Ordine del Giorno per capirlo. Ho cercato di spiegare più volte che io non vieto nulla, non rientra nelle mie prerogative, ma da politica ho posto un tema di opportunità (politica). A riprova della bontà dei miei dubbi e del tentativo di riportare all’attenzione della città questa manifestazione di estrema destra, fino a quel momento immersa in uno strano torpore p litico, insieme agli insulti è arrivato il vento che ha spazzato via la nebbia e ha mostrato come anche esponenti e partiti del centrodestra italiano covassero perplessità e contrarietà rispetto a questo evento.
Così sono saltati fuori aggettivi come “razzista”, “xenofoba” accostati da politici e rappresentanti di Forza Italia ai contenuti della manifestazione promossa dall’estrema destra, mentre l’imbarazzato silenzio di Fratelli d’Italia, di fronte alle richieste della stampa, si è trasformano in blande dichiarazioni sulla libertà di espressione e sulla democrazia.
Poi più nulla, si sono tirati fuori dalla discussione. Per recuperare, la Lega ha cercato di normalizzare i con tenuti della manifestazione e ha continuato, con il suo segretario Salvini, a giocare con le parole accusandomi di voler vietare la manifestazione: “Si può fare in Venezuela e In Iran” non Italia, ha ironizzato Salvini, dimenticando che in Europa l’unico che vieta le manifestazioni come il Pride e denuncia i sindaci che le autorizzano lo stesso – e adesso, grazie agli ungheresi che lo hanno bocciato alle elezioni, non potrà più farlo -, è il suo caro amico Viktor Orban, ospite d’onore alla rimpatriata milanese organizzata dalla Lega in nome della tanto cara remigrazione.
