
La remigrazione distopica. E il sindaco che va al raduno anti-immigrati
di Lorenzo Tosi
Il sindaco leghista Roberto di Stefano in merito alla sua partecipazione all’evento dei Patrioti europei “Senza Paura. In Europa padroni a casa nostra!”, che si terrà in Piazza Duomo sabato 18 aprile. Ormai le pagine social del sindaco sestese sono diventate il suo megafono per la sua futura probabile candidatura alle elezioni politiche del 2027.
Sempre meno spazio a quello che succede in città, sempre più attento a scegliere le notizie di cronaca nazionale in cui qual che extracomunitario compie reati di vari generi. Quale miglior possibile soluzione se non la remigrazione? Peccato però che la proposta di legge di iniziativa popolare “Remigrazione e Riconquista” sia soltanto uno specchietto per le al lodole.
Il testo di legge, così come scritto ad oggi, non potrà mai essere realisticamente attuato. Tanto per fare qualche esempio: all’art. 7 si fa riferimento alla revoca della cittadinanza italiana acquisita per naturalizzazione, che verrebbe revocata in caso di condanna definitiva anche nel caso di reati puniti con una pena non inferiore a cinque anni.
Norma che risulta incostituzionale e quindi inapplicabile. Nell’art. 6 si fa invece riferimento a un’espulsione obbligatoria, quando il diritto europeo richiede valutazione caso per caso. Raggiunge elevati livelli di distopia la creazione dell’Istituto della Remigrazione, che dovrà agevolare il rimpatrio volontario degli stranieri regolarmente presenti sul territorio nazionale.
L’Istat ha stimato che i cittadini non comunitari con regolare permesso di soggiorno al 31 dicembre 2024 sono oltre 3 milioni e 800 mila. In pratica verrebbe chiesto loro “gentilmente e volontariamente” di fare le valigie e tornarsene nei propri Paese d’origine.
Al contrario, sono i benvenuti cittadini di altri Stati in giro per il mondo che verrebbero considerati più italiani di altri in quanto magari nel loro albero genealogico contano un remoto parente italiano, prevedendo, tra l’altro, agevolazioni fiscali, programmi di inserimento lavorativo e supporto all’integrazione attraverso corsi di lingua e cultura italiana. Perché alla fine si sa, il mito degli “italiani brava gente” è proprio duro a morire.
