
Remigration summit, la battaglia di Milano e le amnesie di Cinisello
A Milano si accende lo scontro politico attorno al cosiddetto “Remigration Summit” previsto per il 18 aprile. Un evento che, già dal nome, richiama una visione radicale e divisiva sul tema dell’immigrazione e che ha trovato sponda in alcune amministrazioni del territorio. Tra queste, il sindaco leghista di Cinisello Balsamo, Giacomo Ghilardi, che ha rivendicato con orgoglio la propria partecipazione.
La risposta da Palazzo Marino non si è fatta attendere. La presidente del Consiglio comunale, Elena Buscemi, ha presentato un ordine del giorno che impegna la giunta a prendere una posizione chiara contro il summit. Un atto politico che ha inevitabilmente acceso il dibattito, ma che segna anche una linea di demarcazione netta tra due idee di città e, più in generale, di società.
Il punto non è soltanto la legittimità formale di un evento. È il contenuto politico e culturale che esso rappresenta. Il concetto di “remigrazione”, infatti, si inserisce in un filone ideologico che propone il ritorno forzato o incentivato nei Paesi d’origine di persone con background migratorio, anche quando pienamente integrate. Una visione che mette in discussione principi fondamentali come cittadinanza, diritti e convivenza civile. E della stessa Costituzione.
Milano, città Medaglia d’Oro della Resistenza, per storia e vocazione, è una città aperta, costruita su stratificazioni culturali e sociali. Non senza contraddizioni, certo, ma con una direzione chiara. In questo contesto, l’iniziativa di Buscemi appare come un tentativo di riaffermare un perimetro valoriale, più che come una semplice presa di posizione amministrativa.
Le critiche, arrivate soprattutto dalla destra, parlano di censura e di invasione di campo. Ma è difficile ridurre la questione a una disputa procedurale. Quando un evento promuove, esplicitamente o implicitamente, l’idea che una parte della popolazione sia “di troppo”, il silenzio delle istituzioni rischia di trasformarsi in complicità.
Colpisce, in questo senso, la rivendicazione “orgogliosa” del sindaco Ghilardi. Un orgoglio che sembra ignorare le conseguenze sociali e simboliche di certe parole. In un’area metropolitana complessa come quella milanese, dove convivenza e integrazione sono già messe alla prova da disuguaglianze e tensioni, alimentare narrazioni escludenti significa aumentare le fratture, non risolverle.

