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Piano Casa Nazionale

Piano Casa Nazionale, la cooperazione rilancia: “Serve più proprietà indivisa”

di Fabio Brioschi

Oltre quattro milioni di famiglie italiane spendono più del 30% del proprio reddito per pagare l’affitto o la rata del mutuo. Per un milione e mezzo di questi nuclei, quella soglia non è solo una difficoltà economica: è disagio abitativo acuto. Sono i numeri con cui Legacoop Abitanti ha aperto il convegno tenutosi l’11 marzo a Roma per fare il punto sul Piano Casa varato dal Governo con la Legge di Bilancio 2025 e confrontarsi sull’European Affordable Housing Plan proposto dalla Commissione europea.

Il Piano Casa dispone di una dotazione iniziale di 950 milioni di euro (2028-2030) e punta prevalentemente sulla riqualificazione del patrimonio pubblico esistente. A questo si aggiunge l’obiettivo governativo di mobilitare investimenti privati per realizzare 100.000 nuovi alloggi a prezzi calmierati in dieci anni, con il coinvolgimento di investitori istituzionali, anche stranieri.

È proprio su quest’ultimo punto che Legacoop ha sollevato una questione di fondo. “Tra le politiche per la casa rivolte esclusivamente alla, seppur necessaria, riqualificazione dell’edilizia residenziale pubblica e le politiche preannunciate, che prevedono l’attivazione di investitori privati stranieri con attese di rendimento prevedibilmente non compatibili con una effettiva affordability, esiste una terza via”, ha dichiarato Simone Gamberini, presidente nazionale di Legacoop.

Il nodo, in altri termini, è che il Piano Casa rischia di ignorare l’intera fascia dei soggetti privati non speculativi: cooperative di abitanti, enti del Terzo Settore, operatori limited profit. Realtà che non cercano rendite di mercato, ma producono casa accessibile come missione istituzionale. E che hanno una lunga storia di risultati concreti alle spalle. Sullo sfondo di questo dibattito resta una questione ancora poco presente nell’agenda pubblica: il rilancio della proprietà indivisa, modello tipico della cooperazione di abitanti. Un patrimonio collettivo che si tramanda nel tempo, abbattendo i costi per le generazioni successive.

Il convegno di Roma ha dimostrato che su questi temi il dialogo istituzionale è aperto, ma per le cooperative di abitanti è il momento di farsi sentire con forza, portando al tavolo nazionale un modello che l’Europa già conosce e apprezza. “La cooperazione è pronta a fare la propria parte – commenta Pierpaolo Forello, presidente di UniAbita – Sostenere l’edilizia pubblica è doveroso, ma bisogna ampliare la visione all’intera filiera abitativa: i soggetti non speculativi non solo portano in dote un’esperienza di oltre 130 anni, sono oggi attivi e pronti a sviluppare nuovi progetti e interventi devono essere messi in grado di dare il proprio contributo”.

Redazione "La Città"

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