Il giornale di Cinisello Balsamo e Nord Milano

Cinisello e Balsamo, i colori e la magia di un mondo lontano e dimenticato

La nostra città ha subito negli anni un radicale cambiamento. Osservando le fotografie dei primi del ‘900 si stenta a riconoscere la città di oggi. Balsamo e Cinisello, fino al 1928 due comuni distinti, si presentavano come piccoli centri abitati circondati dalla campagna, fonte di sostentamento per gli abitanti. Un affresco a due voci dei fratelli Donzelli, Gemma (1914) e Luigi (1918), ci restituisce i colori e la magia di quel mondo, ormai lontano e dimenticato.

I Donzelli abitavano in fondo a via Fiume, in una casa costruita nel 1901 dal nonno Pasquale. Il loro padre Enrico, l’unico degli otto figli (due femmine e sei maschi) a occuparsi della campagna, ereditò la maggior parte della proprietà, la casa e un terreno di circa venti pertiche situato dietro al cimitero, dove oggi c’è un campo sportivo. Gemma: “Il mio babbo sposò nel 1907 una cinisellese, Maria Ventura, la mia mamma. Come da tradizione, il figlio maggiore restava nella casa dei genitori. Man mano che gli altri figli uscivano dalla casa padronale trovavano alloggio nel medesimo cortile”. Un anno dopo il matrimonio nacque Albertina (1908), poi Angela, detta Lina (1912), Gemma e infine Luigi. Era nato un altro maschio, che morì a due anni a causa di una polmonite (non c’era ancora la penicillina).

Tutti i fratelli Donzelli furono mandati in guerra (anche Enrico che si occupava della terra e dei genitori anziani), due di loro vennero fatti prigionieri, uno fu ferito e perse un occhio. Gemma: “Il mio babbo partì a maggio del 1915, fu uno dei primi. Io avevo otto mesi, i primi ricordi li ho a partire dai quattro anni e mezzo quando tornò. Poveri ragazzi, desideravano avere una giovinezza spensierata e invece… Della guerra non si parlava mai in casa, soprattutto con noi bambini. Avevamo tutti gli uomini al fronte, ma non ci diedero mai aiuti; si tirava avanti con quello che la terra ci dava”. Il loro cugino Onorio, anch’egli al fronte, ebbe una sorte peggiore perché nel 1918 fu dichiarato disperso; aveva ventitre anni. Nel 1923 fu inaugurato il Viale della Rimembranza (60 alberi per altrettanti caduti) antistante la Scuola Elementare e il Comune. Uno degli alberi recava una targa col suo nome. Gemma: “All’inaugurazione noi ragazzi fummo portati in corteo per onorare i caduti”.

Luigi, come suo padre, sin da piccolo aiutava in campagna, senza però tralasciare la scuola e il gioco. Gemma: “I bambini della via Fiume giocavano tutti nel nostro cortile; le mamme dicevano ai figli: Andì là che l’è pusé sicur perchè gh’è el porton [N.d.R.: Andate là che è più sicuro perché c’è il portone]. Al tempo i pericoli erano soprattutto i carretti. Ricordo che quando passavano in via Milano (oggi via Della Libertà), che era stretta e senza marciapiede, io avevo paura e mi addossavo al muro”.

Luigi Donzelli alunno alla Scuola Cadorna

Luigi: “In marzo si seminava a mano l’erba medica per il bestiame e il granoturco, per il quale venivano preparati dei solchi al cui interno si posizionavano i semi; anche la cura successiva era un lavoro molto faticoso. Dopo la raccolta veniva essiccato e lo si portava al granaio; noi ne tenevamo un po’ per gli animali. I margash [N.d.R.: fusti di granoturco] venivano bruciati nel camino al posto della legna, che era cara. Ai primi di ottobre, nel periodo della festa di Cinisello, si preparava il terreno per la semina del frumento. Io aiutavo ad accudire gli animali. Nella stalla avevamo un cavallo e una pecora che serviva per la lana. La portavo a pascolare e mi ricordo quella volta quando mi sono fermato a giocare e al ritorno ho preso le botte. Poi c’era una mucca, che era per noi una fonte di guadagno, venivano le donne con un secchiello a prendere il latte appena munto. Quando entrava in calore la portavano al Cavallo d’Oro in via Dante per la monta taurina. Quello era un periodo di misteri, non si potevano fare domande, era un tabù parlare della monta; a noi ragazzi non era permesso né sapere, né vedere. A settembre mio padre andava a Gorgonzola dove c’era la fiera del maiale. Comprava un piccolo maialino e lo caricava sulla bici. Allevato fino a raggiungere circa due quintali, veniva poi macellato a metà gennaio. I salami si appendevano in casa alle travi del soffitto. Per noi era una festa perché si mangiava bene”. Gemma: “Si mangiava quello che la terra dava, avevamo la nostra verdura perché la mamma curava l’orto. Poi uova, a volte pollo, latte, polenta, pan giald [N.d.R.: pane giallo preparato anche con farina di mais]”. Luigi: “Un altro nostro impegno, che esigeva una certa attenzione e tecnica, era l’allevamento dei bachi da seta. Si doveva attendere che la pianta del gelso facesse le foglie di cui il baco si nutriva. Si andavano a prendere in via Dante, in una villa che si trovava dove c’è la raffigurazione di Sant’Anna. Avevamo predisposto una stanza per farli crescere dove si posizionavano delle tavole composte di canne; venivano chiuse porte e finestre e si accendeva lo zolfo per disinfettare l’ambiente, che restava chiuso per due giorni. Anch’io aiutavo a sfogliare il gelso per ricavare le foglie per nutrirli, che venivano tritate finemente. Si sentiva il brusio del baco che le divorava. Il ciclo durava circa quattro o cinque settimane. Poi accadeva qualcosa di meraviglioso: i bachi emettevano una bava [N.d.R.: un sottile filamento di seta] e cominciavano a tessere la forma del bozzolo, fino a che vi si richiudevano all’interno. Infine, i bozzoli si portavano a Villa De Ponti, dove venivano pesati e distribuiti alle filande per la lavorazione”. 

Con gli occhi ancora vivaci e un filo di commozione, nonostante i cento anni, Gemma raccontava: “Malgrado il freddo, uscivo le mattine d’inverno, la neve era alta, ma l’indomani con la brina era ancora più alta e camminando si sentiva il rumore delle scarpe, cra cra. In primavera, quando la neve si scioglieva, spuntava la prima pianticella del grano. Si diceva “sotto la neve pane, sotto l’acqua fame”. La neve aveva protetto e scaldato la pianticella che diventava sempre più grande e poi vedevi nascere la spiga. E noi ragazzi capivamo che il pane veniva dalla spiga e dal lavoro del contadino che aveva seminato e accudito la piantina. Poi c’erano i fiori che spuntavano qua e là, ed era un gioire insieme per quello che il buon Dio ci dava. Ma se arrivava la grandine il lavoro del contadino andava perduto”. Luigi: “Quando eravamo giovani la natura era molto diversa, non era sconvolta dall’inquinamento, dal riscaldamento; le stagioni erano veramente cronologiche. La vita di campagna era una cosa magnifica, il contadino è anche poeta perché segue il ciclo della natura, una grande maestra che insegna cose che l’uomo non può comprendere. Il contadino si orientava grazie all’osservazione dei venti e delle fasi lunari. Per noi era tutto sorprendente: la nascita dei pulcini che iniziavano a intaccare il guscio, le tacchine che emanavano un gran calore e covavano anche le uova delle anatre, le allodole che si levavano in volo in branco per poi scendere a terra ad ali chiuse, che riaprivano a poca distanza dal suolo, dove andavano a nidificare”.

Senza televisione, cellulare e computer, Gemma e Luigi godevano appieno la vita di adolescenti, circondati dallo spettacolo della natura.

Fotografia spedita da Maria Ventura al marito Enrico Donzelli al fronte. Maria è ritratta con le figlie Lina, Gemma e Albertina. Grazie a Francesco Lasalandra.

Patrizia Lucia M. Rulli

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