
Marina Sereni (PD): “Sanità pubblica in crisi, serve un piano di finanziamenti”
Di Juri Mderloni
In vista dell’iniziativa dedicata ai servizi sociosanitari presenti a Sesto San Giovanni, abbiamo intervistato l’onorevole Marina Sereni, responsabile nazionale Salute e Sanità del Partito Democratico per fare il punto sullo stato di salute del servizio sanitario e per conoscere quali siano le proposte del PD per rafforzare e migliorare l’attuale sistema di cura.
Onorevole, dopo la tre giorni che avete tenuto a Milano nelle scorse settimane, qual è a suo giudizio lo stato di salute della Sanità nel nostro Paese?
Il SSN, e in generale il sistema di welfare, sta vivendo una crisi importante, che richiede più di una semplice manutenzione. Nonostante lo sforzo della destra di confondere la propaganda con la realtà, Corte dei Conti, Istat, Ufficio Parlamentare di Bilancio, oltre che Fondazioni indipendenti come Gimbe, certificano con cifre ufficiali il fatto che con il Governo Meloni siamo ripiombati nella stagione dei tagli e del definanziamento della sanità.
Voglio essere chiara: il definanziamento della sanità pubblica non inizia con questo Governo e anche il centrosinistra in passato ha sottovalutato le conseguenze di un finanziamento inadeguato del SSN. Per questo nel periodo della pandemia con i Governi Conte 2 e Draghi avevamo fatto uno sforzo straordinario portando la spesa sanitaria sopra il 7% del Pil. E invece la destra ha rapidamente archiviato la lezione del Covid e oggi nel bilancio dello stato siamo al 6,1 % di spesa sanitaria sul Pil con un trend discendente per i prossimi anni. Perfino per coprire il decreto carburanti il governo non ha trovato di meglio che tagliare altri 82 milioni al Ministero della Salute.
C’è un bizzarro dibattito sulla sostenibilità del SSN, come se dovessimo accontentarci delle risorse che abbiamo. Ma è la politica che sceglie, che decide i diritti che vuole difendere e affermare e, su questa base, indirizza le risorse disponibili. Tra l’altro la spesa sanitaria è, più che un costo, un investimento. Come dimostrano molti studi 1 € investito in sanità, soprattutto se si privilegia la prevenzione, sviluppa quasi il doppio in termini economici. Per questo per noi è giusto mantenere il finanziamento della sanità a carico principalmente della fiscalità generale, con un sistema fiscale che deve essere equo e progressivo. Per questo, quando torneremo al governo, dovremo noi realizzare l’obiettivo di portare progressivamente l’investimento per la sanità alla media europea del 7- 7,5% sul Pil. E’ la precondizione per poter fare le riforme necessarie e adeguare il SSN ai nuovi e crescenti bisogni di salute dei nostri cittadini.
– Potrebbe dirci quali sono le tre priorità da cui partirebbe il PD per migliorare l’attuale servizio sanitario pubblico?
Primo il personale: il governo con l’ultima legge di Bilancio ha previsto aumenti delle indennità di specificità. Ma non sono risolti due problemi di fondo: la necessità di un grande piano di assunzioni per far funzionare meglio ospedali e servizi del territorio. L’ultima legge di bilancio prevede assunzioni di 6000 infermieri e 1000 medici quando le carenze sono di 70.000 infermieri e almeno 20.000 medici tra specialisti ospedalieri e MMG. Bisogna lavorare per rendere nuovamente attrattive le professioni sanitarie e sociosanitarie intervenendo sulle retribuzioni, sull’organizzazione del lavoro (per esempio possibilità di conciliare lavoro e cura per i genitori), sul valore sociale del “prendersi cura”.
La seconda riforma riguarda i servizi di prossimità: l’Ospedale è importante ma i bisogni di salute di una società che invecchia sono cambiati, anche grazie allo straordinario progresso scientifico, tecnologico e farmacologico che hanno reso curabili malattie prima intrattabili. Cronicità, fragilità, non autosufficienza richiedono una risposta complessiva che parte dal domicilio e dal territorio e coinvolge tutte le figure professionali, a partire dai medici di medicina generale e dai pediatri di libera scelta, dagli infermieri, dagli assistenti sociali, e valorizza le risorse delle comunità.
Per questo non possiamo mancare la sfida delle Case della Comunità che non possono essere solo luoghi di erogazione delle prestazioni ma devono diventare anche il centro propulsore del protagonismo dei cittadini e della comunità. E qui vedo un ruolo cruciale del Terzo Settore. Occorre ridare centralità ai servizi del territorio, dalla prevenzione primaria a quella ambientale e nei luoghi di lavoro, dalla salute mentale e benessere psicologico ai consultori, individuando nei Distretti il punto di governo e anche di interfaccia e di integrazione con il welfare degli Enti Locali.
Il terzo ambito di riforma per ridare slancio al SSN è quello dell’innovazione. La digitalizzazione del SSN può consentire enormi progressi anche per sburocratizzare il percorso di cura e rendere più capillare la presenza dei servizi sul territorio. C’e’ poi tutto il tema dell’Intelligenza Artificiale in sanità e del sostegno alla ricerca su cui occorre fare di più anche a livello europeo per dare regole che tutelino i più deboli.
– Quale strada potrebbe imboccare la sanità pubblica se l’autonomia differenziata voluta dal Centrodestra si attuasse nella sua interezza?
L’autonomia differenziata in sanità è un pericolo esiziale per il concetto stesso di SSN. Già oggi le differenze territoriali sono troppo grandi e spingono troppe persone dal Sud a migrare verso le regioni più ricche del Nord per curarsi. Anziché lavorare per ridurre questi divari il governo, con le preintese sull’Autonomia differenziata, li cristallizza e li aggrava consentendo alle Regioni come la Lombardia di adottare tariffe più alte per le prestazioni sanitarie o di pagare meglio i professionisti. Ma questo rischia di produrre una sorta di “desertificazione sanitaria” delle regioni più svantaggiate con conseguenze non positive anche per la stessa Lombardia. Servirebbe aprire piuttosto un tavolo tra Governo e Regioni ed elaborare un nuovo Piano Sanitario Nazionale come cornice che definisce e ribadisce il diritto alla cura per tutti, che non deve certo dipendere dal CAP o dal portafoglio.
– Fine vita e cure palliative, sono argomenti molto sentiti dai cittadini, come si pone il Partito Democratico?
La società è sicuramente più avanti della politica in materia di fine vita e la Corte costituzionale ha emesso delle sentenze chiarissime che stabiliscono un diritto delle persone con gravi malattie incurabili di decidere della loro vita con dignità. Le cure palliative sono molto importanti ed è necessario far sì che tutte le persone malate possano accedervi. Ma la realtà ci dice che serve una legge nazionale per rendere l’accesso al suicidio medicalmente assistito un diritto di tutte le persone che si trovino nelle condizioni indicate dalla Consulta. Purtroppo, non mi sembra che dalla maggioranza di governo, che pure su questo tema è divisa, siano venute proposte ragionevoli e accettabili.
– A Sesto entro pochi anni nascerà una grande polo pubblico dedicato alla cura e alla ricerca grazie alla collaborazione di primari istituti come Besta e Tumori. Questo importante investimento pubblico nella sanità è un’eccezione o può segnare un cambio di paradigma in questo ambito? Il fatto che avvenga in una regione come la Lombardia che ha sempre fatto dell’eccellenza sanitaria privata una bandiera, come lo giudica?
La Lombardia ha scelto da tempo di mettere sullo stesso piano pubblico e privato. Ne è scaturito un modello che noi non condividiamo in cui molte risorse pubbliche finiscono per finanziare soggetti privati. In questo contesto l’esperienza che sta per nascere a Sesto San Giovanni è una eccezione molto positiva, frutto anche del lavoro della sinistra di questo territorio.
– Giovani e disagio psicologico/sociale sono diventati un binomio quotidiano nei fatti di cronaca, quali proposte il Partito Democratico ha avanzato o proporrà per dare una risposta a questo bisogno?
L’Oms definisce la salute uno stato di “benessere complessivo fisico, psicologico e sociale”. Registriamo dati preoccupanti di disagio psicologico e di veri e propri disturbi mentali tra i giovani, spesso giovanissimi, ma anche tra gli adulti e gli anziani. La prevenzione è essenziale. Per questo proponiamo l’istituzione dello “psicologo di base” e il rafforzamento di servizi psicologici nelle scuole e nelle università. C’è un testo per l’istituzione dello psicologo di base alla Camera licenziato all’unanimità in Commissione che non si riesce ad approvare perché il governo non trova poche decine di milioni per finanziarlo. E’ urgente inoltre coprire le carenze di personale nei servizi per la salute mentale dove mancano almeno 12.000 operatori tra psichiatri, psicologi, infermieri, tecnici della riabilitazione. Stiamo poi facendo una battaglia per ottenere una rete di servizi in ogni regione per i Disturbi dei Comportamenti Alimentari, anche questo un fenomeno molto presente tra i ragazzi e le ragazze. Ma anche su questo terreno il governo si mostra distratto e sordo alle reali esigenze dei giovani e delle famiglie.
