
La guerra, i parvenu della politica e il bisogno disperato di futuro
Sappiamo bene che queste argomentazioni non sono fatte a beneficio dei social e tutt’altro funzionali “all’acchiappa click”. Potremmo dire: ma a chi importa se un gran capo, guardiano iraniano, viene ucciso. Per molti, in occidente, era solo uno che portava il turbante. Immemori delle decine di manifestazioni fatte, anche in Italia, contro il regime.
Per quei molti sarebbe stato giusto farlo prima, fregandosene delle questioni di diritto internazionale. A tale proposito, lo stesso menefreghismo varrebbe per la moglie di Trump che presiede il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, un organismo svuotato dal suo stesso consorte con la fondazione (a pagamento) del “Board of Peace”. Oppure, stare a disquisire se l’Italia possiede un peso internazionale, o viceversa. A chi importa?
Noi, a Cinisello Balsamo, abbiamo ricevuto la visita (molto privata e quasi ad inviti) del ministro Salvini. Il quale, osservando una planimetria di cui nulla capiva e un giro d’orizzonte su progetti ancora rimasti tali si è speso nel giudicare il presidente francese, Macron, “… uno che conta zero”. Ci sarebbe da domandare: “Ma in che mani siamo?”
Siamo nelle mani di chi arrivato al vertice tanto rapidamente senza acquisire le maniere della cultura nella politica. Siamo condotti da leghisti, assai prima dei pentastellati, appartenenti alla categoria dei parvenu, dove costoro continuano a non osservare il minimo di decoro istituzionale.
Mi direte che tutto ciò non interessa ai cinisellesi, appena usciti dalla sagra del patrono. Tuttavia, ciò è impressionante anche agli occhi di chi, come noi, hanno più passato che futuro.
Crediamo servirebbe ad attutire queste sensazioni se i giovani della nostra città si accorgessero, fortemente preoccupandosene, di ciò che potrebbe accadere per le loro vite.
A costo di far apparire predicatorio (da Cassandra, se volete) il nostro ragionamento suggeriamo: che bisognerebbe prendessero coscienza che presto avranno a che fare con la guerra in casa nostra. Una guerra che li coinvolgerà personalmente, su molti e diversi piani. Leggiamo sui giornali e sui social, prese di posizione tutt’altro che rassicuranti. È oramai notorio che dovremmo vedercela elettoralmente anche con Vannacci. Cionondimeno, lo scenario, credo converrete, diventa assai inquietante.
Con un generale (in aspettativa e perciò non ancora in congedo) che si aggira tra le urne; un nugolo di ufficiali della riserva che tifano per le bombe di Trump; un attacco alla Costituzione su Magistratura, Legge Elettorale e Premierato.
Il tutto, con un sindaco Ghilardi che non smette di fare passerella e bearsi davanti ai flash dei suoi ammiratori. Egli è in procinto di trasloco e mai si rivelato funzionale ai problemi (sempre e puntualmente segnalati dal nostro giornale, la Città) rimasti irrisolti da otto anni in qua, nonostante i proclami e le promesse elettorali.
Sono i temi della politica. La sinistra intenderà misurarvisi nel prossimo futuro? A livello nazionale e in quello locale? Ricordando che, nella politica, nulla è disgiunto. Ci sarà sempre un motivo, un elemento detonatore, che farà esplodere le contraddizioni.
Aprire una campagna per rendere chiari pericoli prodotti da guerre sempre più diffuse, non è un empirismo, prodotto da menti assopite dall’età e dai ricordi; produrre un programma di legittimazione della diretta partecipazione dei cittadini alle scelte e sui progetti futuri non è solo fumosa ideologia.
Saranno questi i campi dove produrre lo sforzo maggiore. Terreni di una vera sfida al presente della destra. A fronte della quale: o si possiede una visione d’insieme oppure si è destinati all’ennesima sconfitta. Tragicamente tipica di chi si misura solo sulle miserie del particolarismo, mentre si sta aprendo una voragine sotto i nostri piedi.

