
Giardino dei Tigli, come rovinare un piccolo miracolo di convivenza sestese
di Mario Monguzzi
articolo tratto dal numero di febbraio di Nuova Sesto
Dire “𝐆𝐢𝐚𝐫𝐝𝐢𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐓𝐢𝐠𝐥𝐢” significava raccontare di una piccola ma importante realtà cittadina, un luogo in cui si mescolava il tempo libero di bambini e anziani, e di italiani e non, in una cornice che pareva miracolosa tra le vie strette Risorgimento e F.lli Bandiera, dietro al Rondò, al suo traffico, le sue problematiche sociali e i suoi vasti problemi.
Dire “Giardino dei Tigli” significava avere la certezza di uno 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐭𝐫𝐨𝐯𝐨 𝐠𝐫𝐚𝐭𝐮𝐢𝐭𝐨 e non complicato da inutili burocrazie, dal nome poetico e dal funzionamento ordinato e certo, affidato dall’Amministrazione con fiducia, disponibilità all’ascolto e controllo discreto, gestito da un volontariato condiviso e responsabile che nel tempo si assunse l’onere di una quotidianità che funzionava, che ha funzionato per lustri e senza intoppi tra basket, calcetto, bocce e un bicchiere di vino o di aranciata, feste delle scuole, ricreazioni, attività d’incontro.
Il buonsenso, la cura collettiva di uno spazio verde così raro e prezioso, il volontariato, l’esito auspicabile e virtuoso di senso di appartenenza e partecipazione si trovano oggi aggrovigliati, dispersi, quasi derisi.
Scegliere di costruire in questo modo il bando per l’affidamento della struttura dei Giardino ne contraddice la storia, sottoporre i volontari e con loro un’intera esperienza a iter burocratici e mettere i costi di gestione e le mille variabili di spesa a carico di una futura Associazione è frutto di miopia, miopia che sembra porsi a metà tra furia iconoclasta rispetto al passato e incapacità amministrativa, così ampiamente dimostrata negli anni recenti.
Due bandi finora sono andati deserti, troppo alte le cifre chieste per gestire lo spazio, troppa incertezza sui costi di gestione di un fabbricato gelido d’inverno e rovente d’estate, troppe le variabili di rischio in un luogo la cui fruibilità è crollata tra cattive architetture, chilometri di recinzione e assenza di ascolto.
Contrastare la storia politica e sociale della città nei suoi simboli migliori è un atto autolesionistico, e il futuro prossimo prevede o un terzo bando (anche quello con ogni probabilità deserto) o un affidamento temporaneo che sia preludio a uno definitivo, tra almeno un anno, dopo le elezioni amministrative.
Nel frattempo chi vuole vi si rechi, si guardi intorno, si faccia raccontare dai frequentatori storici come la fruizione del bellissimo spazio avvenisse, gratuita e sicura, come le Amministrazioni di un tempo fornissero materiale ed ascolto senza pensare di stravolgere, monetizzare o mettere un cappello politico su una realtà spontanea ed efficiente che bastava accompagnare per osservarla vivere di luce e capacità propria.
E invece no, e invece purtroppo recinti, buche e bandi deserti, tempo perso e la sensazione latente di una voglia di privatizzare, puntando dichiaratamente a un “massimo beneficio economico” e a un “partenariato pubblico-privato” che nemmeno sono nelle cose, di cui almeno si vedesse il principio. Qui non si è contrari a prescindere, il nodo è che le cose fatte diversamente e gli interventi attuati su realtà che funzionano andrebbero fatti bene, vanno fatti bene.
Con testa, scrupolo, rispetto. Il tempo che si è perduto e gli errori non verranno colmati da nessuna toppa, lo sfilacciamento della macchina, della catena umana che rendeva speciale il Giardino e la sua gestione non rinasceranno, nemmeno se arrivasse un filantropo e vi investisse milioni. C’è uno spirito che è stato soffocato e umiliato e sarà molto difficile ricrearlo, chiunque sia a governare la città in futuro.

