
La ferocia fascista in Jugoslavia e la tragedia delle foibe
Dal 2005, il 10 febbraio si celebra il Giorno del Ricordo. Il prossimo 6 aprile ricorrerà l’85° anniversario dell’invasione italiana della ex Jugoslavia. Commemoriamo il Giorno del Ricordo, cioè l’esodo di circa 350 mila italiani da Istria e Dalmazia e le vittime delle vendette da parte degli jugoslavi, culminate con le foibe. Ma non ricordiamo l’invasione italiana, che avvenne prima, appunto, e che generò le vicende successive. Siamo fatti così!
Ci piace commemorare le nostre vittime, ma dimentichiamo quelle altrui, provocate dalle nostre invasioni. Eppure nel 2005 il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi disse: “A coloro che perirono in condizioni atroci nelle Foibe […], alle sofferenze di quanti si videro costretti ad abbandonare per sempre le loro case in Istria e in Dalmazia […]. Tanta efferatezza fu la tragica conseguenza delle ideologie nazionalistiche e razziste propagate dai regimi dittatoriali responsabili del Secondo conflitto mondiale e dei drammi che ne seguirono”. Ha prevalso invece una narrazione che ha annegato nell’oblio collettivo l’incendio del Narodni Dom a Trieste nel 1920 da parte dei fascisti.
Fu il primo segnale del macello che si stava preparando, annunciato pochi mesi dopo in un discorso di Benito Mussolini a Pola: “Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. Il nostro imperialismo vuole raggiungere i giusti confini segnati da Dio e dalla natura e vuole espandersi nel Mediterraneo. Basta con le poesie. Basta con le minchionerie evangeliche”.
Svanisce anche la violenta italianizzazione delle popolazioni slovene e croate. Nel 2001 il quotidiano Il Piccolo di Trieste pubblicò la testimonianza dell’ebreo Raffaello Camerini: “Quello che ho veduto sino al 1941, ha dell’incredibile. La crudeltà dei fascisti contro chi parlava croato, invece che l’italiano, o chi si opponeva a cambiare il proprio cognome croato o sloveno, con altro italiano, era tale che di notte prendevano dalle loro abitazioni giovani e vecchi e con sistemi incredibili li trascinavano a Vignes, Chersano e altre località limitrofe, ove c’erano delle foibe, e lì, dopo un colpo di pistola alla nuca, li gettavano nel baratro. Sono stati gli italiani, fascisti, i primi che hanno scoperto le foibe”.
Ed infine svanisce l’aggressione dell’Esercito italiano, a fianco delle truppe della Germania nazista, che provocò centinaia di migliaia di vittime jugoslave. Vi furono persecuzioni, rappresaglie, distruzioni di villaggi, esecuzioni di partigiani jugoslavi e di civili, molti di questi torturati e arsi vivi perché sospettati di sostenerli. Furono istituiti numerosi campi di concentramento, come Rab e Gonars, dove morirono di stenti migliaia di civili, donne e bambini compresi. Scriveva una camicia nera: “Abbiamo distrutto tutto da cima a fondo senza risparmiare gli innocenti. Uccidiamo intere famiglie ogni sera, picchiando a morte o sparando contro di loro. Se cercano soltanto di muoversi tiriamo senza pietà e chi muore muore”.
Dall’aprile 1941 al settembre 1943 gli italiani fucilarono oltre 200.000 civili e 26.500 partigiani. Si distinse per efferatezza quello che avvenne a Podhum il 12 luglio 1942, simbolo della ferocia delle nostre truppe, definite dagli jugoslavi “italiani bruciacase”. Furono uccisi con raffiche di mitragliatrice e gettati in una cava 118 uomini; razziato e incendiato il villaggio, donne, bambini e anziani deportati nei campi di concentramento, da cui molti non fecero ritorno. Nel 1943 Mussolini incitava i soldati: “So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori”. Il generale Mario Roatta ordinò massacri indiscriminati: “Se necessario, non rifuggire da usare crudeltà. Deve essere una pulizia completa. Abbiamo bisogno di internare tutti gli abitanti e mettere le famiglie italiane al loro posto”. Un criminale di guerra, che la fece franca come tanti alti ufficiali italiani per i quali non vi fu mai una Norimberga.
A partire dal 1943 avevano iniziato a operare in Istria, all’ordine dei tedeschi, i fascisti della Milizia di Difesa Territoriale. Uno dei comandanti era Luigi Papo, un criminale di guerra che se la cavò, perché, catturato dai partigiani, non venne riconosciuto e fu rilasciato. Operava nell’area di Montona, dove le sue squadre saccheggiavano, incendiavano, torturavano e uccidevano partigiani e civili disarmati. Fu l’autore dell’Albo d’Oro. La Venezia Giulia e la Dalmazia nell’ultimo conflitto mondiale, in cui raccolse i dati su civili e militari caduti, dando risalto a “foibe ed eccidi slavi”. Gli italiani appaiono sempre come vittime e i crimini di fascisti e militari vengono omessi. Ciononostante, il libro è diventato il testo ufficiale adottato dalla Commissione Ministeriale per l’assegnazione delle onorificenze ai familiari degli infoibati, dove sono prevalsi i membri di Forze Armate e Polizia, attivi in Istria dopo il ‘43. Un articolo del Corriere della Sera del 2014 denunciava che, in memoria delle vittime delle foibe, furono conferite medaglie “in riconoscimento del sacrificio offerto alla Patria” anche a circa 300 combattenti di Salò. Molti di questi erano volontari della GNR. Almeno 5 erano criminali di guerra, accusati di aver ucciso a sangue freddo civili e partigiani jugoslavi, dopo averli torturati cavandone gli occhi, tagliandone le orecchie e martoriando i loro corpi. Ecco come abbiamo deciso di ricordare l’invasione della Jugoslavia: premiando gli aggressori.
Tra i circa 300.000 militari italiani impegnati nell’occupazione vi furono anche nostri concittadini e alcuni di loro morirono in Croazia.

Luigi Forbice nato a Orzinuovi (BS), era un uomo di statura bassa, con una folta capigliatura. Prima di iniziare a lavorare come muratore aveva frequentato la scuola fino alla 4^ Elementare. Abitava con la moglie Giovanna Perego in via Risorgimento 1. Venne decorato con la Medaglia Commemorativa per le operazioni militari in Africa Orientale e con la Croce al Merito di Guerra. Inquadrato nella 7^ Compagnia Lanciafiamme di Sulmona, si imbarcò da Bari per Spalato. Trovò la morte all’età di 28 anni il 9 marzo 1942 a Otric mentre, al comando di una squadra lanciafiamme, attaccò un nucleo di partigiani che difendevano una borgata. Fu insignito della Croce al Valor Militare: “Comandante di squadra lanciafiamme impegnata contro nuclei ribelli sistemati a difesa di una borgata. Superando terreno impervio e coperto di neve e la reazione avversaria, riusciva ad annientare i difensori. Successivamente, fatto segno al fuoco nemico, nel tentativo di lanciarsi all’attacco cadeva colpito a morte”. Sepolto in un primo tempo nel cimitero cattolico di Kuin, fu in seguito traslato al cimitero di Cinisello. Il fratello Francesco era morto l’anno prima sul fronte greco-albanese.

Mario D’Adda nato a Treviglio (BG), era sposato e faceva l’operaio. Arruolato nel 12° Reggimento Cavalleggeri di Saluzzo, morì il 13 ottobre 1942 all’età di 28 anni a Proch, per le ferite riportate in combattimento. Fu sepolto nel cimitero militare di Spalato, in seguito i suoi resti furono traslati al cimitero di Balsamo.

Elio Bonadini, inquadrato nel 14° Reggimento Cavalleggeri di Alessandria, fu ucciso a soli 22 anni il 17 ottobre 1942 nel corso di un cruento combattimento contro formazioni partigiane a Poloj (dichiarato disperso, è ricordato nel cimitero di Cinisello). A seguito della violenta risposta dei partigiani, moltissime furono le perdite di uomini e armi da entrambe le parti e tanti furono i cavalli morti o feriti. Per ordine dei partigiani, onde evitare possibili epidemie, i caduti furono seppelliti immediatamente in fosse affrettatamente scavate, dove furono calati insieme partigiani, soldati italiani e cavalli. Tutti i caduti italiani vennero privati di uniformi, armi, munizioni ed equipaggiamento, rendendo impossibile il riconoscimento delle salme. Il Regio Esercito aveva subito una grande sconfitta e già all’indomani della battaglia c’era l’urgenza, da parte degli alti comandi italiani, di cancellare l’episodio. Mario Roatta, davanti ai cavalleggeri schierati, disse: “Al mio superiore vaglio, gli ordini impartiti sono risultati illuminati. Si cancelli ogni cosa dalle vostre memorie, rimanga quello che passerà alla storia con il nome di carica di Poloj”. A quelle parole il comandante Ajmone Cat esplose rispondendo: “Che dirò a tante madri? Che un ordine pazzo ha stroncato la vita delle proprie creature?”. Roatta voltò le spalle e tacque.

Oreste Terenghi, marinaio allievo delle Scuole C.R.E.M., in servizio di presidio a Pola, il 23 settembre 1943 a 26 anni fu fucilato dai nazisti perché colpevole di favoreggiamento nei confronti dei partigiani jugoslavi. Dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, l’Istria divenne parte della Zona d’operazioni del Litorale adriatico, sottoposta alla diretta amministrazione militare tedesca. Con lo sbandamento dell’Esercito i militari italiani si ritrovarono senza direttive e decine di migliaia di loro, come Terenghi, di stanza nella penisola balcanica, scelsero di combattere contro i nazisti, riscattando l’onta della criminale aggressione italiana. Per la sua scelta, che pagò con la vita, ebbe il riconoscimento di partigiano e gli fu intitolata una via cittadina. Risultano altri due nostri concittadini che combatterono con i partigiani: Natale Crotti (Divisione Italia) e Giuseppe Pacchetti (Divisione Garibaldi).
“L’esodo dall’Istria e Dalmazia, ciò che il 10 febbraio ricordiamo, è l’ultimo capitolo di questa storia tragica. L’esodo fu dramma vero, strappo, ferita non ricucibile. Con gli anni, passi nella direzione di una pacificazione si sono compiuti […], come l’incontro del 2010, quando i presidenti di Italia, Slovenia e Croazia resero omaggio al Narodni Dom e al monumento all’esodo istriano-dalmata. Ciò che noi vogliamo rammentare è il bisogno di non cancellare il passato, tutto il passato, perché farlo equivale a gettare le basi affinché possa ripetersi. Ma non cancellare equivale a conoscerlo e, soprattutto, a capirlo e rispettarlo. […] Tutto ciò è semplicemente un dovere dell’anima […]. Senza che alcuna parte pensi, dopo tanti decenni, di piegare la storia a proprio vantaggio, offrendo del racconto di quelle pagine alcuni capitoli solamente […]; quello sì, sarebbe l’ultimo sfregio alle vittime di un odio coltivato nell’incoscienza di guasti profondi”. Gianni Cuperlo, febbraio 2024.
Per approfondire
Nel 1993 i Ministri degli Esteri di Italia e Slovenia istituirono una Commissione storico-culturale congiunta con lo scopo di fare il punto sui risultati della ricerca storica realizzata nei due Paesi sul tema dei reciproci rapporti, a partire dal 1880 fino al 1956, con un focus particolare sulle complesse vicende che interessarono il confine orientale durante il fascismo e in seguito all’occupazione di quelle terre da parte dell’Esercito italiano nell’aprile del 1941. Lo scopo era quello di realizzare una ricostruzione storica oggettiva, imparziale e condivisa di quelle vicende, in modo da superare antichi antagonismi e rivendicazioni. I lavori durarono sette anni. Fu redatta una relazione conclusiva che nel 2000 venne approvata all’unanimità dai suoi quattordici componenti e consegnata ai rispettivi Ministeri degli Esteri. In Italia, inspiegabilmente, per otto mesi non fu resa pubblica, nonostante ci fossero state sollecitazioni da più parti. A pubblicare il testo integrale il 4 aprile del 2001 fu il quotidiano Il Piccolo di Trieste e, nello stesso giorno, il Ministero degli Esteri. Tuttavia, dopo questa prima pubblicazione, il documento non fu più ripreso e diffuso, nonostante costituisse una base certa – e soprattutto condivisa – per una riflessione sulle tormentate vicende del confine orientale, che permettesse di sottrarre il dibattito a visioni di parte e a strumentalizzazioni politiche, condizione essenziale per la trasmissione della conoscenza storica alle giovani generazioni attraverso l’insegnamento scolastico. Purtroppo, è accaduto quel che non sarebbe dovuto accadere. La relazione della Commissione italo-slovena è scomparsa dalle scene, non se ne parla più, come se non fosse mai esistita. Hanno invece prevalso ricostruzioni strumentali di parte, funzionali a una narrazione che, nella cancellazione della parte scomoda della storia, pone l’Italia vittima delle persecuzioni slave.
Fotografia: 1942, fucilazione di ostaggi in Slovenia, Blog degli storici del Friuli Occidentale.
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