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La sanità lombarda e l’odioso ricatto delle liste d’attesa

di Pierfrancesco Majorino
capogruppo PD in consiglio regionale

Non ci siamo. Mi riferisco alla sanità lombarda. Le liste d’attesa sottopongono troppe donne e troppi uomini a un odioso ricatto che pare insormontabile. Esso, come una micidiale spada di Damocle, recita più o meno così: “Volete farvi curare? Allora pagate”. E’ davvero qualcosa di umiliante. Ed umilia in più direzioni.

Mortifica infatti cittadine e cittadini che hanno pagato le tasse, e le pagano regolarmente, e che pensavano di vivere in un Paese – e in una Regione – fedele ai principi della Costituzione. E mortifica la Storia migliore della nostra Repubblica. Quella che ha portato, grazie all’opera straordinaria guidata da una meravigliosa donna cattolica, partigiana, antifascista, Tina Anselmi, all’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale.

Era il 1978. Sembra un passato incapace di tornare. Il tema si presenta ovviamente ovunque, non certo solo in Lombardia. Ma, si può dirlo senza timori ad essere smentiti, in nessuna altra regione il fenomeno delle liste d’attesa è esploso in maniera tanto dirompente.

E ovviamente non è un caso. Perché, non dimentichiamolo, dietro a quell’estenuante ricerca della “data migliore” per una visita si nasconde l’arricchimento dei grandi gruppi della sanità privata. Ecco perché “la Lombardia”. Perché la privatizzazione selvaggia che si è compiuta, grazie a precise scelte politiche della destra, da decenni a questa parte è la causa della situazione che si è determinata.

Una situazione che umilia, poi, la straordinaria professionalità di infermieri, medici, lavoratrici e lavoratori della sanità. Che sono davvero un mondo di cui andare tutti fieri e che garantiscono straordinarie cure e prestazioni invidiabili. Perché, è bene ribadirlo sempre, il “problema” non è certo costituito dalla “qualità”. Ma, appunto, dalla scarsa accessibilità di un sistema totalmente privo di comando e regia. Poi c’è pure dell’altro.

Parlo della fragilità della medicina territoriale. Alludo alla scarsa presenza di integrazione tra i diversi ambiti della cura. Perché mancano troppi medici di medicina generale (per non parlare degli infermieri!), solo il 5% della Case di Comunità lombarde è realizzato secondo quanto previsto dalla normativa, e alcuni ambiti essenziali di intervento (penso alla salute mentale innanzitutto o all’assistenza domiciliare per le persone anziane) non reggono la forza della “domanda”.

Per queste ed altre ragioni in consiglio regionale continua la nostra battaglia. Perché noi  – e mi riferisco a tutte le opposizioni, su questi terreni davvero molto unite- non ci arrendiamo. Vogliamo un piano assunzionale straordinario chiaro, la partenza di un vero centro unico di prenotazione per la gestione trasparente e condivisa delle agende pubbliche e private, la realizzazione (appunto..) delle Case di comunità, il potenziamento dei servizi alla persona.

Insomma vogliamo che la nostra regione chiacchieri meno e faccia di più, a costo di dover dire qualche parola chiara a chi, sulla pelle del bisogno di cura innanzitutto delle persone più fragili, ha edificato il proprio business. Questa è davvero una grande battaglia di civiltà. Lo è in Regione Lombardia lo è in tutta Italia. Ecco perché dal Pirellone sosteniamo totalmente la proposta delle forze di centrosinistra (depositata in Parlamento) di fissare al 7.5% rispetto al PIL il livello della spesa sanitaria del Paese. Perché, al contrario di quanto afferma Giorgia Meloni, l’Italia si è dimenticata della sua Costituzione.

Redazione "La Città"

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