
“La separazione delle carriere per addomesticare la giustizia”
di Laura Incantalupo
Il dottor Piergiorgio Morosini, magistrato, lo scorso 10 febbraio era alla Casa della Memoria di Milano in occasione della presentazione del libro “Mani Legate. La separazione delle carriere per addomesticare la giustizia”, che ha scritto con la giornalista del Fatto Quotidiano e già cronista di giudiziaria di Radio Popolare Milano, Antonella Mascali, per PaperFirst. Il dibattito si inserisce nel percorso formativo/informativo che ANPI Provinciale di Milano sta portando avanti nell’ambito della campagna #iovotoNO, in vista del referendum costituzionale del 22-23 marzo prossimi.
Perché “Mani Legate”? Mi pare che il discorso parta da un po’ prima rispetto alla riforma.
C’è un ideale filo che unisce una stagione in cui la magistratura, libera da ogni condizionamento, ha cominciato a far luce anche sull’illegalità del potere – stagione che parte trent’anni fa con Tangentopoli, con le inchieste palermitane sui complici esterni delle associazioni mafiose, sull’imprenditoria, sulle Istituzioni e sulle libere professioni – e il reflusso cui stiamo assistendo negli anni più recenti. Sono state varate leggi ordinarie che hanno limitato moltissimo la possibilità per la magistratura di effettuare i giusti controlli. Pensiamo solo a quello che è accaduto con l’abolizione del reato di abuso d’ufficio che – voglio ricordarlo – è stato applicato l’ultima volta in Cassazione tre anni fa per il caso di un primario che aveva consentito a un suo parente di scavalcare la lista di attesa per un intervento particolarmente delicato, rischiando di pregiudicare definitivamente la salute di persone che aspettavano da molto tempo. L’ultimo tassello di questo mosaico, che tende ad imbrigliare i controlli della magistratura, lo abbiamo con questa riforma costituzionale sulla quale è mancato il dibattito in Parlamento; ma una riforma costituzionale dovrebbe essere un accordo alto tra tutte le sensibilità politico-culturali di un paese, perché la Costituzione è la carta d’identità di un popolo, di un paese. Invece è stata votata a colpi di maggioranza: è entrata con un testo nel maggio del 2024 ed è uscita con lo stesso testo, senza modificare neanche una virgola, nell’ottobre del 2025. Quel dibattito – che è mancato in Parlamento – è stato amputato anche nel paese, cercando una data ravvicinata per portare i cittadini al referendum e vietando sostanzialmente a 5 milioni di fuorisede di votare. Ciò non di meno occorre impegnarsi per far capire l’impatto di questa riforma e spiegare perché questa novità costituzionale non sia solo inutile sul piano dei problemi della giustizia ma possa essere pericolosa sul piano dei rapporti tra diversi poteri dello Stato, perché rafforza il potere della politica sulla magistratura.
Venendo alla riforma, secondo i dati riportati sul sito del CSM, i passaggi dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa – dal 2022 al 2024 – sono stati 101, con una media annuale dello 0,37% anche perché questo passaggio è possibile solo una volta entro il termine di 9 anni dalla prima nomina e quindi di fatto la separazione delle carriere esiste già. Allora cosa riguarda questa riforma?
Certamente non riguarda questo aspetto, perché in Italia la separazione dele funzioni c’è già da quasi vent’anni. Adesso è consentito un solo passaggio – nei primi anni – che richiede a chi lo faccia di andare in un’altra regione e fare corsi di specializzazione prima; insomma riguarda veramente pochissimi magistrati: 25 30 all’anno su 9000 quindi è chiaro che non è questo. Questa riforma è anche in controtendenza rispetto alle indicazioni europee che ritengono auspicabile che i diversi ordinamenti prevedano che i magistrati facciano sia i giudici che i pubblici ministeri; tant’è che il bando per i Pubblici Ministeri emesso dalla Procura Europea, istituita nel 2021 ammette la partecipazione sia a giudici che a pubblici ministeri degli Stati membri.
Non è quindi questo il motivo della riforma. Si parte dalla separazione delle carriere tra giudici e Pubblici Ministeri per costruire due Consigli Superiori e togliere dalla competenza di entrambi l’illecito disciplinare del magistrato, per il quale viene istituito un terzo organo: l’alta Corte. In sintesi da un organo, il Consiglio Superiore della Magistratura, pensato dai costituenti del ’48, si passerebbe a tre organi con costi triplicati. Siamo nell’ordine di un esborso maggiore di 100 milioni di Euro l’anno, fondi che potevano essere utilizzati per stabilizzare i precari (circa 12.000 n.d.r.) attualmente fondamentali per il funzionamento dell’apparato giudiziario. Il vero obiettivo è quello di spostare gli equilibri e mettere negli organi di governo della magistratura più politica, col rischio di condizionarne l’autonomia e l’indipendenza, non solo nella giustizia penale ma anche in quella civile. Pensiamo alle cause di lavoro, dove c’è un contraente forte e un contraente più debole. Che tipo di atteggiamento potrebbe avere una magistratura che fosse controllata in maniera forte dalla politica e quindi dai grandi interessi nella prospettiva in cui questa riforma fosse approvata?
La creazione dell’Alta corte sottrae ad entrambi i CSM le competenze disciplinari ma nel caso in cui il magistrato sanzionato voglia fare ricorso lo potrà fare solo davanti alla medesima Alta Corte, seppure chi si esprimerà sul ricorso non sarà chi ha emesso il giudizio di primo grado. Se però dovessimo utilizzare la logica di separazione che informa la riforma questo non è un controsenso?
È un controsenso perché riguarda sia i giudici che pubblici ministeri e mentre la carta costituzionale del ‘48 diceva sostanzialmente che i collegi che decidevano sul disciplinare dovevano essere composti da due terzi di togati, cioè di magistrati e un terzo di laici, la riforma non dice nulla su questo. In altre parole si potrebbe anche verificare una situazione per la quale il collegio che decide sull’appello, quello che dice l’ultima parola, sia composto in maggioranza di laici, cioè di soggetti nominati dalla politica e questo è un altro passaggio preoccupante.
Lo scorso 26 gennaio il Ministro Tajani ha ipotizzato di togliere ai PM il controllo della polizia giudiziaria. Perché questo sarebbe un problema? Glielo chiedo perché diversi esponenti di comitati per il NO, che sono anche parenti di vittime del terrorismo stragista e delle mafie, dicono che quelle verità non sarebbero mai emerse in un contesto in cui la polizia giudiziaria fosse stata sottratta al controllo dei PM.
È un dato di fatto che le grandi indagini sulle stragi, sui sistemi corruttivi e sui complici delle organizzazioni mafiose, siano cominciate in Italia a partire dall’inizio degli anni ’90. Perché è accaduto questo? Perché fino all’89 il Pubblico Ministero non dirigeva né dava gli obiettivi alla polizia giudiziaria. Ora vogliono tornare indietro. Parlano tanto del codice di Giuliano Vassalli, ex partigiano, professore universitario, personalità di grande sensibilità democratica. Proprio Giuliano Vassalli aveva voluto la polizia giudiziaria alle dipendenze del Pubblico Ministero nelle indagini per sottrarle alle prerogative dell’esecutivo (della politica n.d.r.), perché una polizia giudiziaria che non stia sotto il Pubblico Ministero risponderà ai suoi vertici cioè: i Carabinieri risponderanno al Ministero della Difesa, la Polizia al Ministero degli Interni, la Guardia di Finanza al Ministero dell’Economia e delle Finanze Il riscontro lo abbiamo proprio in quello che è accaduto in Italia a livello giudiziario. Ripeto, Tangentopoli è scoppiata nel 1992, con la nuova norma introdotta da Giuliano Vassalli. La stessa cosa è accaduta per i processi per concorso esterno in associazione mafiosa a politici e altri uomini delle istituzioni, grandi imprenditori. Non dimentichiamo che gli stessi approfondimenti sulle stragi di Stato in Italia ci sono stati solo a partire dall’inizio degli anni ‘90 e cosa si è dimostrato nei procedimenti per strage? Che ci sono stati gravissimi depistaggi da parte – ad esempio – di esponenti di vertice delle forze militari e quindi la preoccupazione che hanno espresso i familiari delle vittime è una preoccupazione fondata.
Quando si ipotizza che il fine ultimo della riforma sia sottoporre il PM al controllo politico, la risposta è sempre che l’articolo 101 della Costituzione, quello che recita che i giudici sono soggetti soltanto alla legge non viene cambiato. Come risponde a questa obiezione?
Aggiungono anche il contenuto del nuovo articolo 102, che dice la magistratura requirente e quella giudicante sono autonome e indipendenti. La verità è che anche le Costituzioni russa ed iraniana dicono che i magistrati sono autonomi e indipendenti, però noi sappiamo come vadano le cose in quei paesi; quindi la cosa importante è questa: lasciare intatti i presupposti perché quelle autonomia ed indipendenza siano effettive. Il presupposto per il nostro sistema costituzionale del ‘48 era un Consiglio Superiore della Magistratura con certe caratteristiche: due terzi dei componenti magistrati eletti da altri magistrati e, soprattutto, la componente laica di avvocati e professori universitari nominata dal Parlamento con maggioranza qualificata dei tre quinti. Perché questo? Perché non si voleva un componente laica nominata dalla maggioranza di turno ma una compagine variegata, in grado di interpretare le diverse sensibilità, cosa che verrebbe meno con questa riforma perché non prevede una maggioranza qualificata per l’elenco dei laici da cui estrarre quelli che andranno al Consiglio Superiore e prevede invece un sorteggio secco – uno vale l’altro – per la componente togata. È chiaro che consigli superiori con queste caratteristiche sono a trazione politica, perché i nominati dalla politica sono compatti, culturalmente e ideologicamente mentre i sorteggiati tra i togati sono delle monadi e quindi nelle dinamiche degli organi collegiali è inevitabile che quel gruppo compatto farà la differenza.
Quindi quel principio si può lasciare svuotandolo e mi viene anche da dire che il magistrato estratto può essere un giovane magistrato che si trova di fronte l’avvocato di grido esperto, perché invece da quella parte è richiesta l’esperienza, e questo delegittimerebbe ancora di più la componente togata
Non solo ma non sarebbe garantito né il pluralismo di genere, né il pluralismo territoriale e neanche il pluralismo professionale. Potremmo cioè avere una compagine togata di un livello veramente basso e a questo aggiungerei un messaggio di fondo che delegittima l’attività di tutti i magistrati e che è il seguente: voi magistrati non siete nemmeno in grado di eleggere i vostri rappresentanti al Consiglio Superiore della Magistratura, un segnale veramente negativo per l’intero sistema costituzionale perché il Consiglio Superiore della Magistratura è un organo di rilevanza costituzionale, presieduto dal Presidente della Repubblica e se noi sdoganiamo il principio che negli organi di rilevanza costituzionale ci possono andare dei sorteggiati questa volta lo fanno coi magistrati la prossima volta con chi lo faranno? Basti pensare che in un paese dove ci sono comuni che da vent’anni vengono sciolti per infiltrazioni mafiose nessuno ha mai pensato di prevedere il sorteggio per il prossimo Sindaco che dovrà reggerne le sorti e lo prevediamo per i magistrati. Insomma tutto questo ha veramente tante controindicazioni.

