
L’allarme sicurezza in una società (la nostra) tra le più sicure al mondo
di Roberto Cornelli
Ordinario di Criminologia
Università Statale di Milano
Quando si affronta il tema della sicurezza in Italia ci si scontra immediatamente con un paradosso di fondo: viviamo in una delle società più sicure al mondo e, al tempo stesso, costantemente attraversata da emergenze. Tutto ciò che accade nella vita pubblica sembra assumere rilevanza sociale e divenire priorità politica solo se rappresentato in termini allarmistici. Gli stessi slogan che accompagnato le politiche (si pensi al continuo ricorso al vocabolario e all’immaginario della guerra, ben prima della sindemia da Covid-19) sono espressioni di un linguaggio che, nel corso degli ultimi decenni, ha assunto la paura come tratto saliente della relazione tra istituzioni e cittadini, prefigurando uno scenario di continua tensione tra civiltà e barbarie.
Dalle migrazioni alle proteste, dalla questione giovanile alle nuove tecnologie, dalla conflittualità urbana alla marginalità sociale, il faro si accende solo rispetto a episodi che scuotono e turbano, mettendo in ombra tutto il resto. C’è chi parla di società dell’insicurezza, dell’ansia o della paura, chi punta il dito contro la dis-informazione o le derive comunicative e tecnologiche, chi, ancora, svela la costruzione politica dell’allarme sociale e chi, infine, evidenzia che c’è sempre chi ci guadagna in queste congiunture.
Fatto sta che, alle prese con continue emergenze, si perde la capacità di comprendere cosa stia accadendo nelle comunità, quali siano le trasformazioni che le stanno attraversando, quali le loro ricadute nella vita quotidiana, quali, infine, i legami tra fenomeni apparentemente lontani. Anche la criminalità, spogliata delle sue connessioni con i problemi sociali e urbani, si palesa come qualcosa d’inspiegabile e, dunque, inquietante. Ogni episodio di violenza lascia a bocca aperta, come pervasi da uno spaesamento che non concede appigli a cui aggrapparsi per dare un senso a gesti così estremi, se non ricorrendo alla via semplificatoria della malvagità.
I media, da quelli più tradizionali ai social, spesso non aiutano e, anzi, rafforzano lo sgomento e i riduzionismi che lo accompagnano. La criminalità diventa emblema stesso di un caos che disorienta, esprimendo più di ogni altro fenomeno il senso di crisi profonda che investe le società democratiche. Alla politica si chiede di intervenire e le soluzioni sono spesso standardizzate attorno alla logica penale: di fronte a una criminalità, che nella sua essenza malefica costituisce il problema dei problemi, la punizione, la più dura possibile, si erge a risposta necessitata e sempre giusta. Ci si rivolge anche al mercato per ottenere protezione: l’industria della sicurezza è florida perché ha saputo abilmente stimolare la domanda, come accade in ogni altro settore economico, e innovare continuamente i prodotti, attraverso l’applicazione di tecnologie belliche in ambito civile.
Sia la logica penale che quella di mercato danno l’illusione che si possa risolvere l’insicurezza sociale con poche misure, sempre le stesse, buone per tutto. In tal modo, insieme alla possibilità di comprendere cosa stia accadendo nelle nostre comunità, si sta perdendo anche la capacità di immaginare e progettare politiche pubbliche che siano in grado di accompagnare le trasformazioni sociali e urbane, proprio a partire dal tema della sicurezza. La maggior parte delle richieste che i cittadini rivolgono al proprio Sindaco in tema di sicurezza urbana hanno a che fare con conflitti nell’uso dello spazio pubblico o nella gestione dei tempi della città. Non con problemi criminali, dunque; semmai, con questioni che possono essere affrontate nel segno della ricerca faticosa, ma efficace sul lungo periodo, di nuove modalità di convivenza basate su rispetto e tolleranza piuttosto che attraverso l’attivazione facile, ma devastante per gli effetti sociali che produce, di processi di esclusione e criminalizzazione.
Ritengo che la sfida di oggi sia precisamente quella di disarticolare il tema della sicurezza dagli automatismi che ormai da anni lo comprimono sia a livello interpretativo che politico e che, piuttosto che attenuare, in realtà non fanno altro che aumentare la percezione diffusa di una società fuori controllo. Riprendere criticamente le ragioni di fondo che fanno apparire come necessarie e giuste queste politiche costituisce il primo passo per mettere a nudo gli esiti problematici e paradossali dell’approccio securitario.

