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ARTURO SCOTTO PD

“Italia senza politiche industriali e senza un salario minimo”

di Laura Incantalupo

Arturo Scotto è membro della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia e sulla tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro pubblici e privati. Sarà ospite venerdì 14 gennaio alle 21  a Sesto San Giovanni in un dibattito organizzato dal circolo PD Primo Levi proprio sul tema del lavoro che cambia.

Onorevole Scotto ad ormai più di tre anni dall’insediamento del Governo Meloni, da questo territorio a vocazione storicamente industriale e manifatturiera, le chiedo quali siano secondo lei le politiche industriali di questo Governo. Seppure negli ultimi vent’anni questo tema non sia stato al centro delle preoccupazioni della politica, l’impressione è che si sia arrivati ad un totale immobilismo. È solo un’impressione?

Partirei da un dato: non può esistere un paese come l’Italia senza una politica industriale, senza una programmazione. Per troppi anni ci siamo illusi che bastasse il mercato a regolare ed orientare le attività produttive. La realtà è un’altra: non può esistere una politica industriale senza una programmazione dello Stato. Se questo vale negli Stati Uniti; non si capisce perché non debba valere in Europa. Purtroppo abbiamo avuto – nel corso degli ultimi tre anni – un Governo che ha brillato per la sua assenza, ha sbandierato il Made in Italy ma ha consentito che si regalassero grossi asset industriali a Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna e rischiamo di perdere l’industria dell’acciaio; un Governo che aveva promesso concreti investimenti; che aveva addirittura alluso ad una presenza dello Stato nell’ex ILVA e ora ci troviamo di fronte al rischio molto concreto di chiusura definitiva e di abbandono dell’acciaio. Noi crediamo che occorra investire nella riconversione, accompagnare il green deal e farlo, ovviamente, dentro una dimensione sociale più forte, proteggendo le imprese ed i lavoratori nella transizione, che è quello che manca oggi e che la destra strumentalizza ma non risolve.

Passando ai temi di sua più stretta competenza, il nostro paese ha una media di tre morti sul lavoro al giorno. A costo di sembrare ingenua le chiedo perché, secondo lei, non si riesce a far passare il semplice messaggio che la sicurezza, oltre che essere prioritariamente un diritto, un investimento e non un costo, sia anche una questione di responsabilità collettiva?

Comincerei guardando alle cose che sono e non sono state fatte. Partiamo dalla realtà che, purtroppo, non c’è stata una flessione dei morti nel corso degli ultimi tre anni nonostante il tema sia finalmente tornato al centro del dibattito politico. Le motivazioni sono molteplici la prima delle quali sta nel fatto che anche i grandi attori pubblici hanno scelto – nel corso degli ultimi anni – la strada dei subappalti e della manodopera indiretta. Mi spiego: se guardiamo ai cinque grandi incidenti sul lavoro degli ultimi due anni, a parte il cantiere di Esselunga di Firenze dove ci sono statio cinque morti e c’erano 34 subappalti, gli altri quattro incidenti sono avvenuti in cantieri di grandi imprese pubbliche. Questo significa che c’è qualche problema anche nel modello di governance delle grandi aziende pubbliche. Parliamo di ENI a Calenzano, ENEL a Suviana, RFI (Rete Ferroviaria Italiana) a Brandizzo e la grande azienda municipalizzata di Palermo (A.M.A.P. Azienda Municipalizzata Acquedotto di Palermo) a Casteldaccia. Se quattro dei cinque incidenti sono avvenuti in cantieri di aziende pubbliche significa che c’è un problema nel loro modello di governance, sul quale occorrerebbe quantomeno interrogarsi per provare a capire come sia potuto succedere. Accade perché ormai anche in una grande azienda come Fincantieri, per ogni lavoratore diretto ce ne sono cinque indiretti e questo vale anche per altri grandi settori. Una tale situazione aumenta il livello di insicurezza, il disinvestimento sulla politica della sicurezza, sulla qualità del lavoro, su orari decenti ed è chiaro che un lavoro che si è ridotto a merce, sempre più sottopagato, precario, e fragile al livello della contrattazione è un lavoro più insicuro. Secondo l’INAIL chi ha un contratto precario corre maggiormente il rischio di morire sul cantiere o di rimanere ferito. Sono statistiche oggettive: si muore il doppio. Su questo terreno occorrerebbe un intervento che non c’è e non ci può essere perché le politiche che sono state messe in campo sono andate tutte nella direzione opposta: un’ulteriore precarizzazione del mercato del lavoro, incremento del lavoro somministrato, a chiamata e intermittente; il che non ha fatto che peggiorarne la qualità e ridurre lo spazio per interventi sulla sicurezza. In questa situazione si possono anche assumere più ispettori o fare la patente a punti nell’edilizia ma se quella patente viene costruita sulla base dell’autocertificazione delle imprese il suo impatto in termini di affidabilità e sicurezza è vicino allo zero. La strada dovrebbe essere quella della rivisitazione del codice degli appalti su cui la destra ha costruito il grande colpo di spugna con la liberalizzazione dei subappalti a cascata, della riduzione dei contratti precari e della responsabilità sociale delle imprese.lungo la filiera

La re-internalizzazione della gestione di alcune imprese potrebbe aiutare?

Io credo proprio di sì’ perché la re-internalizzazione significherebbe responsabilità diretta delle imprese e possibilità di controllo del lavoro. Il sindacato fa più fatica ad entrare, a costruire le condizioni per la sicurezza e le rappresentanze stesse della sicurezza in aziende piccole e piccolissime mentre in una condizione in cui il lavoro e l’impresa sono meno frammentati c’è una responsabilità, una consapevolezza maggiore dell’impresa e dei lavoratori. La stagione del piccolo è bello ha prodotto spesso danni più che vantaggi al mondo del lavoro.

Mi viene anche da dire che l’intelligenza artificiale può sicuramente essere d’aiuto nella gestione della sicurezza sul lavoro ma avendo imprese piccole non abbiamo i dati.

Le imprese più piccole fanno fatica a competere sul livello dell’innovazione tecnologica mentre una crescita dimensionale aiuterebbe anche questo settore.

Le opposizioni hanno presentato proposte di legge sia sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario che sul salario minimo. La tecnica che il Governo utilizza immancabilmente è quella di affossarle senza discuterle con deleghe al CNEL piuttosto che al Governo. Perché secondo lei?

Partiamo da un dato: sul salario minimo la destra ha costruito una barriera che non ha prodotto nessuna proposta alternativa nonostante anche loro nel discorso pubblico ammettano che c’è un problema di lavoro povero e di salari troppo bassi. Facciamo un esempio: nel mese di giugno del 2023 la proposta unitaria di salario minimo ha trovato una sintesi tra tutte le forze di opposizione con una proposta comune. La destra non riesce a bocciarlo né in commissione né in aula e ad un certo punto interroga il CNEL che, diligentemente, risponde al Governo che il salario minimo non serve. Il Governo approva una delega che mette al centro il tema dei salari poveri e dell’applicazione dell’articolo 36[1] della Costituzione sulle giuste retribuzioni. La delega viene tenuta a bagnomaria per un anno e mezzo e approvata nel settembre-ottobre del 2025. Un paradosso se ci pensiamo lo strumento della delega dovrebbe indicare che siamo davanti ad un’emergenza; per questo investe direttamente il Governo nella definizione legislativa e nelle misure, anche straordinarie, da mettere in campo. Sono passati più di due anni e il Governo non ha esercitato la delega che tra poco scadrà. Ci sono stati anche tentativi di peggioramento. Penso all’emendamento del Senatore Pogliese di Fratelli d’Italia[2], bloccato dalle proteste dell’opposizione e anche dall’intervento del Presidente Mattarella che io sono convinto tornerà, nei prossimi giorni. Quindi non si va avanti: si va indietro ed è la cartina di tornasole di una destra che tra gli sfruttati e gli sfruttatori sceglie gli sfruttatori e – aggiungo – non riesce nemmeno più a nasconderlo anzi lo rivendica e questo è un elemento di allarme molto grande in un paese in cui il potere d’acquisto dei salari ha perso mediamente il 9% a fronte di una forte crescita del carrello della spesa e ce ne siamo accorti tutti anche in questo Natale. Ce ne accorgeremo di più in questo inizio dell’anno con l’aumento delle accise sul gasolio o con la crescita e l’esplosione della bolletta energetica. La conseguenza è un impoverimento ulteriore dei ceti medi, dei ceti medio bassi e dei ceti bassissimi. Di fronte a tutto questo l’unica cosa che la destra riesce a fare è non discutere le proposte dell’opposizione.

Stessa cosa mi verrebbe da dire sulla riduzione dell’orario di lavoro; una strada che stanno imboccando persino governi non di centro sinistra ma che è impossibile discutere perché viene detto “prima la produttività e poi la riduzione dell’orario di lavoro”. Benissimo: che misure si sono messe in campo sulla produttività? Nessuna se non un’ulteriore stretta ai diritti dei lavoratori e un’ulteriore precarizzazione del mercato del lavoro ma contratti precari e salari bassi non aumentano la produttività.

E neanche la natalità mi vien da dire, di cui parlano tantissimo.

Certo.

Quando scade la delega?

L’hanno approvata al Senato a fine settembre; la delega è di sei mesi quindi a fine marzo. Complessivamente tra il palleggio alla Camera, l’anno – quasi anno e mezzo che è rimasta ferma al Senato – si sono persi, due quasi tre anni e se quella dei salari era un’emergenza si doveva fare molto prima.

Di questi argomenti parleremo il prossimo 16 gennaio alle ora 21.00 presso il circolo PD Primo Levi di Sesto San Giovanni di Via Cesare Da Sesto 19 con Francesco Fedele Coordinatore della Camera di Lavoro Milano-Nord Bovisa, Mattia De Stefano, consulente, esperto di intelligenza artificiale, diritti ed etica digitale e Virginia Montrasio Segretaria FILT-CGIL Milano e Lombardia. Concluderà lo stesso Arturo Scotto.


[1] Articolo 36 della Costituzione Italiana: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

[2] L’emendamento, promosso dal senatore di Fratelli d’Italia Salvo Pogliese, interviene sulla disciplina dei crediti da lavoro: limita cioè la possibilità per i lavoratori di ottenere gli arretrati salariali, anche quando un giudice stabilisce che la retribuzione percepita è stata troppo bassa.

Redazione "La Città"

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