
Città della Salute, slitta al 2030 la fine lavori e incombe la sanità privata
Costi raddoppiati, fine lavori spostata tra 2029 e 2030. Intanto attorno al polo pubblico avanzano i progetti dei grandi gruppi privati della sanità. Doveva essere il simbolo della rinascita delle ex Falck e del rilancio della sanità pubblica in Lombardia. Oggi la Città della Salute e della Ricerca di Sesto San Giovanni pare essere soprattutto il simbolo di un’altra cosa. La politica degli annunci, delle date scritte a matita, delle promesse che si sbriciolano appena toccano il terreno del cantiere.
L’ultimo aggiornamento, arrivato a fine dicembre, dice che la fine dei lavori non sarà più nel 2026. La Regione Lombardia si prepara ad approvare una modifica contrattuale che fissa un nuovo termine di ultimazione pari a 45 mesi a partire dalla firma di un atto aggiuntivo alla Convenzione, subordinato però all’acquisizione delle risorse integrative. Tradotto, se e quando i soldi ci saranno, si ripartirà con un cronoprogramma che porta la conclusione tra fine 2029 e 2030.
Non è un dettaglio. Fino a poco tempo fa l’obiettivo pubblico, ripetuto come un mantra, era l’apertura nel 2027 con il trasferimento del Besta e dell’Istituto dei Tumori. Era stato presentato come un traguardo “a portata di mano”, mentre il tema vero era già allora quello degli extracosti delle materie prime e della copertura finanziaria.
Il nodo dei soldi, infatti, è esploso in modo definitivo. Il valore complessivo dell’opera, stimato nel 2020 in 280 milioni, è salito a 560 milioni. Un raddoppio che viene attribuito agli aumenti dei prezzi dopo la pandemia e alla crisi internazionale. Ma resta una realtà politica, prima ancora che contabile. Chi governa Regione e Comune ha venduto per anni un calendario che oggi viene riscritto, pezzo dopo pezzo, con i cittadini a fare da spettatori paganti.
Il progetto, sulla carta, resta mastodontico. Dieci edifici, centinaia di posti letto, sale operatorie, ambulatori, laboratori, un albergo sanitario e un grande parco urbano. Numeri che riempiono le presentazioni e i rendering, e che a Sesto vengono ripetuti come prova di modernità e attrattività.
Eppure la domanda che conta non è quante vetrate avrà la strada coperta o quanti alberi sono previsti, ma se la città e il Nord Milano avranno davvero un beneficio immediato. Perché nel frattempo i servizi territoriali arrancano, le liste d’attesa non si accorciano da sole e il rischio concreto è che la Città della Salute diventi un’isola di eccellenza scollegata dal mare di bisogni quotidiani.
Dentro questa incertezza cresce anche la polemica sui servizi privati che ruotano attorno al grande polo pubblico. La sanità, a Sesto, è già da tempo un terreno appetibile per i big. E il messaggio più chiaro, negli ultimi anni, lo ha dato proprio l’amministrazione comunale, celebrando l’arrivo di un nuovo polo ospedaliero e universitario del “San Raffaele 2” nell’area Unione Nord, a ridosso della Città della Salute, come “notizia estremamente positiva”.
È qui che il racconto istituzionale inciampa. Perché mentre il pubblico si trascina tra proroghe e revisioni, l’ecosistema privato avanza con passo più sicuro, alimentando la sensazione di una sanità sempre più a doppia corsia. Da un lato l’eccellenza pubblica promessa, dall’altro un distretto dove il mercato sanitario trova spazio, pazienti e professionisti.
Non a caso, a dicembre, anche dall’alto della diocesi è arrivato un avvertimento pesante. L’arcivescovo Mario Delpini ha parlato del rischio che gli ospedali pubblici e le loro eccellenze vengano screditati, esprimendo preoccupazione per “chi fa della salute un affare”. Parole che, a Sesto, hanno un bersaglio immediato, visto il peso delle grandi strutture private già presenti e la spinta a farne arrivare di nuove.
La questione non è ideologica. È pratica. Se attorno alla Città della Salute cresce una costellazione di servizi privati, il rischio è che l’accesso alle cure si trasformi ancora di più in un percorso a pagamento, e che la sanità pubblica venga lasciata con le funzioni più onerose e meno “vendibili”. È una dinamica che in Lombardia si conosce bene, e che qui rischia di essere amplificata dal più grande cantiere sanitario d’Italia.
A Sesto, intanto, resta un paradosso che La Città segnala da tempo. L’amministrazione comunale e Regione Lombardia chiedono fiducia mentre chiedono tempo, e continuano a presentare ogni passaggio come una svolta, anche quando è l’ennesimo rinvio. Ma la fiducia non è un rendering. Sta in una data credibile, in un piano finanziario trasparente, nella capacità di dire con chiarezza cosa succede se le “risorse integrative” non arrivano nei tempi.
Soprattutto, sta in una scelta politica: difendere davvero la sanità pubblica come asse del progetto, o ridurla a marchio d’attrazione per un distretto in cui il privato trova terreno fertile. La Città della Salute può ancora diventare un bene comune. Ma oggi, tra proroghe, costi raddoppiati e un contesto sempre più privatizzato, assomiglia più a una promessa che si allontana che a un diritto che si avvicina.


