
“Piazza Fontana e la bomba che uccise i nostri sogni”
Fortunato Zinni, già sindaco di Bresso, il 12 dicembre 1969 era all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana, dove lavorava come impiegato. Si salvò miracolosamente allo scoppio della bomba che fece strage di innocenti, aprendo la stagione dei terribili anni di piombo. La Città lo ha incontrato.
Il 12 dicembre 1969 è una data for temente legata alla sua persona. Quali riflessioni le suscita?
“Il 1969 è un anno di eventi straordinari, rimasti impressi nella memoria di tutti quelli che vissero quei momenti ancora oggi unici, simbolo di quegli anni irripetibili che ci fecero credere nella concreta possibilità di un mondo diverso e migliore. Nel luglio del 1969, il mondo guarda il primo passo del l’uomo sulla luna, ascolta la musica rock dei tre giorni di pace di Wood stock, le canzoni dei Led Zeppelin e dei Beatles, la rivolta giovanile contro la guerra del Vietnam diventa un movimento globale di studenti e giovani che protestano in massa contro il conflitto, simbolo di imperialismo e vio lenza, chiedendo pace e giustizia sociale. In tutto il mondo, i giovani de nunciano l’autoritarismo, i bombardamenti e i valori tradizionali, trasformando la guerra in un catalizzatore per il movimento del Sessantotto e una profonda critica sociale che porta a manifestazioni, disobbedienza civile e all’emergere di nuove coscienze: il femminismo, le lotte per i diritti civili e una maggiore coscienza ecologista. In quello stesso anno, in Italia le lotte sindacali dei lavoratori e la rivoluzione culturale degli studenti, suscitano forti speranze di cambiamento dall’arcaica società risorgimentale e dal ventennio di dittatura fascista. La nostra giovane democrazia si apprestava a festeggiare il venticinquesimo anno di libertà, quando un ordigno ad alto potenziale deposto sotto il tavolo ottagonale della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, il mio posto di lavoro, provoca 18 morti e 106 feriti, con altri tre ordigni esplosi a Roma, devasta due banche, mira al terrore per impedire il compimento di quel percorso e di quel sogno condiviso di pacifica con vivenza e di sviluppo economico del paese. Sogni con i quali anch’io giovane bancario sposato da tre mesi e giovane assessore socialista di un comune della cintura operaia di una metropoli, ero entrato in banca quella mattina. Ne sono uscito a sera inoltrata completa mente stravolto, senza più sogni, dopo aver vissuto una terribile esperienza e aver dovuto provvedere alla macabra ma necessaria stesura del triste elenco delle prime tredici vittime smembrate sul pavimento del salone centrale della banca. Le mie riflessioni? Allora come adesso, battermi fino all’ultimo respiro per l’accertamento della verità e la punizione le menzogne, le omertà, i depistaggi delle istituzioni, dopo 56 anni con 10 processi e cinque istruttorie che hanno restituito ai familiari delle vittime e al paese una ignobile parodia della giustizia”.
Ciò che avvenne dopo si rivelarono, con la campagna di controinformazione rispetto ai media di allora, tanti aspetti restati fino a quel momento oscuri. Cosa pensa a proposito?
“Se per la madre di tutte le stragi abbiamo solo la verità storica e non quella giudiziaria, la responsabilità è soprattutto della politica che purtroppo ha raggiunto il suo obiettivo: l’attuazione, peraltro con il consenso elettorale, del l’attuale governo, del Piano di rinascita democratico di Licio Gelli, completato, con le ultime riforme dell’attuale go verno, la giustizia, l’autonomia differenziata, il premierato, l’articolo 31 della legge sulla Sicurezza che amplia i limiti di impunibilità dei Servizi Segreti e restringe i diritti di manifestane del dissenso. Per la verità storica vi sono le orme e le tracce raccolte in più di cinquant’anni di vita intensa e pubblica che ho riassunto nel mio ultimo libro uscito in questi giorni, che non sarà posto in vendita ma è destinato alla distribuzione gratuita nelle biblioteche scolastiche e in quelle istituzionali: L’ingiusta giustizia, Cari studenti vi racconto la strage impunita di piazza Fontana, premiato con la menzione Speciale “ Allende” al Primo Concorso Letterario e Giornalistico “Pier Paolo Pasolini”. Orme raccolte parlando con altri involontari protagonisti di quella tragedia, tracce di memoria politica e sindacale lasciate sui ciclostilati e sui giornali che occupavano le nostre scrivanie in quei giorni, tracce sepolte nei voluminosi fascicoli processuali che per decenni hanno occupato gli scaffali dei Tribunali, da Catanzaro a Bari a Milano fino a Roma, alla Corte di Cassazione. Accanto a queste, le orme fresche e sorprendenti lasciate dai tanti ragazzi e ragazze che Ragazzi emozionati “come se noi fossimo stati lì con lui quel tragico 12 di cembre”, ragazzi per i quali “sentire la testimonianza di un sopravvissuto è una di quelle esperienze che solo poche persone hanno l’occasione di vivere” e che decidono “mi farò testimone di questa incredibile testimonianza diretta che non potrò mai dimenticare”.
Oggi cosa sarebbe necessario praticare per tenere vivo l’antifascismo?
“Smetterla di gridare al lupo, e fare una seria riflessione come antifascisti, sulle cause che hanno favorito il ritorno nei palazzi del potere degli eredi degli sconfitti dalla storia. In tutti i luoghi dove la nostra memoria sembrava salva, ora la realtà dimostra che i valori fondanti della Costituzione antifascista scaturita dalla Resistenza appaiono solo sulla carta. La maggioranza degli italiani ci ha voltato le spalle. Serve un cambio di passo, un “altro mondo da costruire”. È in atto un pesantissimo regresso rispetto agli sforzi di massa per raggiungere maggior consapevolezza compiuti qualche decennio fa. Qualora ce ne fosse ancora bisogno, il tempo che stiamo vivendo, con il rumore delle armi che supera la voce di chi invoca la pace, il sovranismo imperante, l’odio verso il diverso, dimostra che “ogni tempo ha il suo fascismo”: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, e in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti”. Il monito di Primo Levi è più che mai attuale. Dobbiamo capire cosa è accaduto in così poco tempo nel Paese. Non serve cercare un capro espiatorio. Quella che dobbiamo introdurre è una nuova resistenza che recuperi la fiducia della nostra gente che si è sentita ingannata e delusa. Forse lo vedranno i nostri nipoti, o i nipoti dei nipoti ma a riprendere qui e subito la lotta spetta a noi”.

