
La moschea a Cormano. Negare la libertà religiosa ci renderà meno sicuri
Roberto Cornelli
Professore Ordinario di Criminologia nell’Università di Milano
Pensiamo davvero che negare il diritto a ritrovarsi per pregare serva a renderci più sicuri? Potrei cavarmela in fretta richiamando la Costituzione quando dice che tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata (art. 19) e che tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge (art. 8). Ma cosa sta dietro queste norme? Perché sono così impor tanti? L’Europa per secoli è stata attraversata da guerre, genocidi, violenze, oppressioni e ghettizzazioni in nome della religione.
La religione non di rado è stata usata, e ancora oggi lo è, da chi è al potere per legittimarsi come protettore della tradizione a spese di gruppi minoritari, sempre più vessati e marginalizzati. E sempre più costretti a stare nel l’ombra, separati dal resto della società. Sottrarre la religione da questo “gioco politico”, come fa la Costituzione, è una necessità anche sotto il profilo della sicurezza.
Le città sono più sicure se chi vuole riunirsi per pregare (ma anche solo per stare insieme) può farlo senza essere costretto a sotterfugi e nascondimenti; se si costruiscono occasioni di dialogo e confronto nel segno della laicità; se si creano momenti di conoscenza reciproca e convivialità; se s’includono nello spazio democratico le persone e le famiglie, qualsiasi sia la loro provenienza, evitando di nasconderle sotto il tappeto di discorsi miopi e urlati.
Molti politici, piuttosto che impegnarsi in questi percorsi che richiedono capacità e lungimiranza, preferiscono agitare quelle stesse paure che storicamente hanno sostenuto la parte peggiore di noi. Può darsi che, nell’immediato, riescano a racimolare un po’ di consenso, ma di certo ci renderanno tutti meno sicuri.
