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Casa Albergo di Sesto, dalla solidarietà al profitto

di Sergio Rizzi
Articolo tratto dall’ultimo numero del periodico Nuova Sesto

La casa Albergo era nata alla fine degli anni ’50, su proposta dell’allora sindaco Abramo Oldrini, per accogliere i lavoratori immigrati che arrivavano a lavorare nelle nostre fabbriche e non avevano abitazioni. Ci restavano qualche mese prima di orientarsi e cercare casa vera. C’era anche un servizio doccia per chi viveva nella Casa, ed utilizzato anche da chi abitava altrove in condizioni precarie. C’era inoltre una mensa ristorante a basso prezzo.

A metà degli anni 90, con l’allora giunta Penati, venne fatto l’accordo per una concessione in comodato d’uso dello stabile da parte del Comune alla Fondazione San Carlo, espressione della Caritas Ambrosiana. Ciò al fine di trasformare la Casa, visto che il tema dei lavoratori immigrati si era esaurito, e offrire quindi un alloggio temporaneo a chi attraversava un momento di difficoltà abitativa, persone fragili, uomini e donne, italiani e stranieri, rimasti senza casa. Fu il Cardinale Carlo Maria Martini a benedire la struttura, definendola “una goccia nel mare della questione abitativa, ma un segno di grande speranza”, e a intitolarla a Monsignor Sandro Mezzanotti, suo collaboratore e figura di grande impegno sociale.

Martini colse in quel progetto l’esempio virtuoso di una collaborazione tra istituzioni pubbliche e realtà caritative, capace di dare risposte concrete alle emergenze sociali. Tutto è cambiato con l’arrivo, nel 2017, della giunta di destra guidata dal sindaco Di Stefano. Una delle prime decisioni è stata togliere la gestione alla Fondazione San Carlo. I bandi successivi, impostati su criteri di mercato e non sociali, sono andati deserti: nessun operatore privato può sostenere una struttura con cento ospiti fragili, pagando canoni elevati e utenze a proprio carico.

La giunta ha poi affidato in modo “diretto” la gestione alla fondazione Vincent Onlus, ma dopo pochi mesi è scoppiato il conflitto con il Comune, rivelandosi così un flop. Il passo successivo è stato ancora più grave: la vendita dello stabile alla Invimit, società controllata dal Ministero dell’Economia, che agisce con logiche speculative. Nel frattempo, un incendio ha colpito la struttura. Invece di procedere al ripristino e alla messa in sicurezza, l’amministrazione ha colto l’occasione per dichiarare l’edificio inagibile e avviare lo sgombero degli abitanti, presentando poi la vendita come “riqualificazione urbana”.

Ma chi viveva lì: lavoratori, pensionati, famiglie, non cercava assistenzialismo, bensì una vita dignitosa a un costo sostenibile. Oggi il sindaco parla di un’operazione “utile al Comune” e di nuove risorse da reinvestire. Ma la realtà è un’altra: si è smantellato un progetto di solidarietà per far posto alla speculazione immobiliare, trasformando un bene pubblico in merce. È il segno di una visione politica che considera il sociale un costo, non un investimento. Una visione che, di fronte ai più fragili, sceglie la rendita invece della cura, il profitto invece della persona. La Casa Albergo don Mezzanotti era nata per offrire un riparo e una speranza. Oggi rischia di diventare il simbolo di un’amministrazione che ha perso il senso del bene comune.

Redazione "La Città"

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