
Sigilli alla moschea “abusiva” di Cormano. La destra mostra i muscoli
Centocinquanta persone in preghiera, un seminterrato di 170 metri quadrati, un’ordinanza comunale, i sigilli apposti dalla Polizia Locale. È finita così, con un sequestro penale e l’intervento delle forze dell’ordine, la vicenda della moschea di via Donizetti a Cormano, da tempo al centro di polemiche e tensioni politiche.
L’amministrazione di destra guidata dal sindaco Luigi Magistro ha rivendicato l’operazione come un “ripristino della legalità”. “La legge è uguale per tutti – ha dichiarato il primo cittadino – e la moschea abusiva non poteva continuare a operare. È anche una questione di sicurezza”.
Dietro il linguaggio della “legalità”, tuttavia, si nasconde una realtà più complessa. Lo spazio di via Donizetti era da anni uno dei pochi luoghi di preghiera e incontro per la comunità islamica della zona, composta da lavoratori e famiglie sempre più numerose nel quartiere Don Lisander-Molinazzo.
L’associazione che lo gestiva aveva impugnato le precedenti ordinanze del Comune, in attesa di un pronunciamento del TAR, ma nel frattempo aveva continuato le proprie attività religiose.
Il sequestro dell’immobile arriva in un momento in cui, in diversi comuni lombardi, si moltiplicano i casi di chiusura o ostacolo alla realizzazione di spazi di culto per le comunità musulmane. In Lombardia, dove la legge regionale sui luoghi di culto (ribattezzata da molti “legge anti-moschee”) rende di fatto quasi impossibile aprire nuovi centri religiosi non cattolici, il tema è tornato a essere bandiera identitaria per la destra locale.
La “moschea abusiva” di Cormano era, per i suoi frequentatori, semplicemente un luogo di preghiera. “Non siamo abusivi, siamo credenti – racconta uno dei fedeli, che chiede di restare anonimo –. Non abbiamo mai dato fastidio a nessuno. Vogliamo solo pregare in pace”.
Il Comune, invece, ha scelto la via più dura, quella dei sigilli. Resta l’amaro di un gesto che rischia di spezzare un percorso di convivenza e di dialogo costruito in anni di presenza silenziosa e laboriosa di centinaia di cittadini di fede musulmana.
Perché, come spesso accade, a pagare il prezzo più alto di queste decisioni non sono le “leggi” ma le persone, e il messaggio che arriva è quello di una città che chiude, invece di capire.

