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Italia in piazza per la Flotilla: proteste e sciopero generale dopo il blitz israeliano

Nella serata di ieri, 1° ottobre, un’ondata di cortei spontanei ha attraversato le principali città italiane, da Milano a Napoli, passando per Roma, Torino, Bologna e Firenze. Migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro l’intervento militare israeliano che, poche ore prima, aveva intercettato e fermato la Global Sumud Flotilla, una missione umanitaria diretta a Gaza con a bordo attivisti da diversi Paesi, tra cui numerosi italiani.

L’abbordaggio della Flotilla, avvenuto in acque internazionali, ha suscitato indignazione immediata: per molti si è trattato di un atto di forza contro una spedizione civile che intendeva portare aiuti e solidarietà alla popolazione palestinese stremata dall’assedio. Le immagini della marina israeliana che sale a bordo delle imbarcazioni, le notizie di fermi e perquisizioni, e l’assenza di una reazione decisa da parte del governo italiano hanno acceso la miccia della protesta.

A Milano, il presidio lanciato in serata davanti a Palazzo Marino si è rapidamente trasformato in corteo, sfilando per il centro con cori e bandiere palestinesi. Scene simili si sono viste a Roma, dove la manifestazione ha preso corpo nei pressi della stazione Termini, dirigendosi poi verso Piazza Barberini. A Napoli, attivisti e solidali hanno bloccato i binari della stazione centrale, mentre a Genova l’Unione Sindacale di Base (USB) ha dato vita a un presidio davanti al porto, chiedendo il blocco delle merci dirette in Israele. Anche a Torino, Bologna, Firenze, Pisa e in molte altre città italiane si sono svolte iniziative analoghe.

La risposta della società civile è stata immediata e trasversale. Tra i promotori delle proteste figurano collettivi, associazioni, studenti, lavoratori e reti di solidarietà con la Palestina. La parola d’ordine è stata una: “fermiamoci per Gaza”. A questa spinta si è aggiunta quella sindacale. Nelle stesse ore in cui le piazze si riempivano, la CGIL e l’USB hanno annunciato la proclamazione di uno sciopero generale nazionale per la giornata di domani, venerdì 3 ottobre.

Secondo i promotori, lo sciopero è una risposta necessaria “di fronte a un crimine commesso contro una missione umanitaria e civile” e rappresenta un atto di solidarietà verso gli attivisti italiani a bordo della Flotilla, oltre che verso la popolazione palestinese. “Non possiamo restare a guardare mentre si calpestano i diritti umani e il diritto internazionale”, si legge nel comunicato congiunto. Il sindacato denuncia anche il silenzio o l’ambiguità del governo italiano, accusato di non aver difeso con decisione i propri cittadini.

Lo sciopero riguarderà tutti i settori, pubblici e privati, e coinvolgerà scuola, sanità, trasporti, logistica, pubblica amministrazione e fabbriche. L’USB ha lanciato l’appello a “bloccare tutto”, mentre la CGIL ha parlato di “una giornata di mobilitazione per la pace e la legalità internazionale”. Tuttavia, si prevede che i servizi essenziali siano garantiti secondo le norme in vigore. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha annunciato che sta valutando la possibilità di precettare alcuni settori chiave, come quello dei trasporti, per limitare i disagi alla popolazione.

Le tensioni tra governo e sindacati sembrano destinate ad acuirsi. Da un lato, il Viminale e il Ministero dell’Interno monitorano con attenzione le manifestazioni per evitare che degenerino in episodi violenti. Dall’altro, i sindacati e i movimenti rilanciano, parlando di una stagione di mobilitazioni permanenti, che potrebbe proseguire con blocchi portuali, scioperi settoriali e altre forme di protesta.

Lo sciopero del 3 ottobre rappresenta quindi un momento particolarmente significativo: non solo per il suo legame diretto con una vicenda di rilevanza internazionale, ma anche perché segna un ritorno della piazza come luogo centrale della politica e della solidarietà. Mentre a Gaza continuano i bombardamenti e l’assedio, in Italia e in Europa prende corpo una nuova ondata di mobilitazione sociale che, a partire dalla difesa dei diritti umani, interroga anche i governi occidentali sul loro silenzio o sulla loro complicità.

Domani sarà una giornata cruciale: si misurerà non solo la partecipazione allo sciopero, ma anche la capacità di tenere insieme rivendicazione sindacale, attivismo politico e solidarietà internazionale. Di certo, la voce delle piazze non sembra intenzionata a spegnersi presto.

Redazione "La Città"

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