25 Febbraio 2024

Il giornale di Cinisello Balsamo e Nord Milano

“Mio marito deportato, mio cognato morto a Mauthausen. Temo torni il fascismo”

“Il mio fidanzato Pino è partito per la guerra il 20 di maggio del 1941. Ha fatto solo tre licenze in tre anni e l’ultima licenza gliela diedero perché avevano bombardato Milano nel settembre del 1943, allora lui venne. Avevamo già le carte pe sposarci”. Inizia così il racconto di Ester Paulli, milanese classe 1922, ospite della RSA Residenze del Sole di Cinisello Balsamo, struttura che in questi giorni ha realizzato un laboratorio sulla memoria coinvolgendo alcuni suoi pazienti. Ed Ester, 102 anni, di memoria ne ha molta ed ha raccontato la sua vita nel periodo della guerra.

“Tornato in caserma a Merano, il mio fidanzato ha recuperato il permesso per il matrimonio al quale però mancava la firma del capitano, che avrebbe recuperato l’indomani. Ma il giorno dopo sul piazzale della caserma sono arrivati i carri armati tedeschi. Il mio futuro marito è stato prelevato insieme con altri soldati e portato in Germania, in un campo di lavoro al Nord. Mi ha sempre scritto e raccontato il lavoro duro, le condizioni disumane, la mancanza di cibo e di igiene. Alla fine pesava 45 chili e indossava un cappotto russo. Molti altri suoi amici e commilitoni non sono tornati da lì. Dopo tre anni a combattere al fianco dei tedeschi li hanno presi e fatti morire i Germania. Un mascalzone Hitler”.

Ester parla della guerra come l’esperienza dura che segna una vita intera. “Vivevo con la mia famiglia a Milano che all’epoca era sotto le bombe. Abbiamo avuto tanta fame, mancava tutto. Io a 17 anni lavoravo il vetro ho smesso pechè soffiando e non mangiando mi è venuta una malattia ai polmoni. I genitori di Pino avevano un cortile con galline e uova, stavamo meglio di molti altri, e alla fine son finita in casa con loro e mi hanno curata. Abbiamo affrontato tutto insieme, i momenti brutti. Dovevano correre per sfuggire ai bombardamenti, correvamo, correvamo, alla fine mi son salvata, i miei suoceri mi hanno salvata”.

“Mio cognato, il marito di mia sorella lavorava alla Breda e aiutava i partigiani. Un giorno è salito con mia sorella dalle cantine del palazzo dove vivevano dopo un bombardamento e il portinaio lo chiamò e c’erano i fascisti ad attenderlo, lo portarono subito a Mauthausen. Dove morì nella camera a gas. Sono ricordi terribili”, dice l’anziana con un sussulto di commozione.

“Finisce a guerra nel 1945. Sono tornati in pochi dai campi di concentramento. E’ tornato il fratello di mio marito che si era nascosto in Svizzera e ho dovuto lasciare la casa dei suoceri, rivoleva la sua camera, Un mattino il mio futuro suocero con una scusa mi invita a casa e mi fa trovare il mio futuro marito che era tornato la notte, fu una cosa indimenticabile. E ci siamo sposati e mio suocero ci diede due stanze e siamo stati fortunati e abbiamo cominciato la nostra vita. Il primo Natale mio marito portava a casa un alberello, lui lavorava alla ditta che raccoglieva i rifiuti. Misi la sua prima tredicesima, pochi spicci, sull’albero e fu uno dei momenti più belli della mia vita”.

“La guerra è stata dura. Mussolini l’hanno appeso in piazzale Loreto ma io non sono andate quel giorno, lui stava scappando con la Petacci e lei quasi si è messa davanti a lui per ripararlo dalla raffica che lo ha ucciso, così dicono. Abitavo vicino a piazzale Loreto ma non sono andata a vederlo. C’era molta rabbia, voglia di vendetta”

“Gli anni dopo la guerra è stata faticosa, quando ero in casa ci suoceri lavavo i piatti quando ci siamo sposati avevo un cugino ricco che aveva regalato a mia sorella un servizio di piatti a me invece non è arrivato mai nulla. Non avevamo i piatti e così due me li ha dati mia suocera e altri due la zia. Pian piano ho messo in piedi la casa ma che fatica. Mio marito lavorava e il lavoro c’era ma era tutto faticoso”.

“Una notta il bombardamento la nostra via era tremendo era una cosa che non puoi ripararti e non sai come fare. Ma il covid è stato peggio perché la sapevi con chi combattevi ma qui non lo sai. La mia paura che torni il fascismo”, afferma Ester con una nota di amarezza nello sguardo.

“La guerra è stata dura. E a dire il vero ho paura che torni il fascismo. Ho sempre avuto paura. Il Duce un mascalzone ma alla fine i più mascalzoni erano i suoi seguaci che facevano ciò che volevano e non venivano puniti. La violenza era nell’aria, ingiustificata e terribile. Se non avevi la tessera del partito non lavoravi, non mangiavi. Anche mio padre antifascista venne perseguitato. Era un uomo allegro ma cambiò umore, per sempre”.

Redazione "La Città"

Articolo precedente

“No alla strada nel parco”.  E si torna a parlare di Grugnotorto

Articolo successivo

“Città buia e vuota. Serve investire in educazione e socialità”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *