12 Luglio 2024

Il giornale di Cinisello Balsamo e Nord Milano

I giochi di una volta, all’aperto e insieme. Gli anziani raccontano

“Era un tempo in cui per giocare non era necessario avere oggetti costosi; ma l’inventiva, la voglia di stare insieme, il senso di libertà di cui godevamo ci rendevano felici”, Nadia Gallico Spano, una delle ventuno donne della Costituente. Ho tratto ispirazione da queste parole del suo libro Mabrúk: ricordi di un’inguaribile ottimista, per farmi raccontare dagli anziani della nostra città la loro infanzia. Un viaggio emozionante: vedere quelle donne e quegli uomini, con lo sguardo velato dalla stanchezza degli anni, riaccendersi al ricordo dei luoghi e degli amici del cuore. Devo ringraziarli per la disponibilità e per avermi fatto capire che il fisico invecchia ma l’anima rimane giovane.

Gennaio era un mese felice, si scartavano i regali appena ricevuti e si mostravano agli amici. Anche per i bambini delle famiglie meno abbienti arrivava qualcosa. Poi, tutti fuori a scatenarsi nei giochi di gruppo. Nei cortili, nelle strade era tutto un vociare di bambini. Il racconto di quei giochi, alcuni ormai dimenticati, rappresenta un patrimonio culturale che contribuisce a delineare l’identità di una comunità.

“A scuola, tra noi bambini, si creava uno spirito di gruppo che continuava anche fuori. Ho avuto un’infanzia felice perché tutte le monellerie e tutti i giochi possibili li abbiamo fatti – raccontava Luigi, di Balsamo, – da maggio a settembre giravamo sempre a piedi nudi. Entravamo nel pollaio, dove c’erano alberi da frutta, e rubavamo pere e albicocche per fare merenda. Poi scappavamo. Se i miei nipoti facessero quello che abbiamo fatto noi, avrei il batticuore. Andavamo a fare il bagno nella roggia alla Cornaggia, attraversando per sfida l’autostrada, dove c’erano le robinie; lì sotto costruivamo delle capanne. Spesso arrivava la polizia con le moto e noi ce la davamo a gambe. Di auto ne passavano pochissime, così prendevamo il sole distesi sull’asfalto”.

C’erano anche i giochi che si facevano con gli amici, le biglie, le carte, le figurine: “Si metteva una figurina appoggiata al muro, se cadeva su un’altra si prendeva tutto; oppure tiravamo dei sassi piatti, chi si avvicinava prendeva una figurina, chi la colpiva ne vinceva cinque. Sempre con i sassi piatti cercavamo di colpire le tolle, messe in fila a una certa distanza”. C’era la rella (lippa), due pezzi di legno di misure diverse; si lanciava nel cerchio tracciato per terra il pezzo più corto, colpendolo con quello più lungo. Anche Mario ricordava gli stessi giochi di strada, il pallone e le corse in bici. Guido raccontava: “Si disponeva un gruppo di biglie che doveva essere colpito e allora prendevi tutto. Poi c’erano te ghe l’è e le figurine, che si compravano da Zuffinetti o nel bazar della Rusö”. Anche Varner, un po’ come tutti i bambini andava dalla Rusö, per prendere i soldatini di carta: “Giocavamo all’uscita di scuola, oppure all’oratorio.

Ogni soldatino, arma, o nave aveva un valore; per vincerli si scommetteva pari o dispari, oppure testa o croce. Con le biglie si costruiva una piramide che doveva essere fatta cadere da altre biglie lanciate da una certa distanza; se non cadeva, le biglie tirate venivano prese da chi aveva preparato la pigna”. Enrica raccontava che tutti i giochi di gruppo si facevano insieme, maschi e femmine, anche la brusiga (campana o mondo), che era considerato un gioco femminile. “A me piaceva la tolla. Nel cortile dell’Agricola prendevamo una lattina di pelati e la buttavamo il più lontano possibile nella piazzetta. Si usciva a cercarla, chi la trovava vinceva e la rimetteva al punto di partenza. Quel cortile così grande era il luogo ideale anche per giocare a nascondino.

Un altro ritrovo era l’oratorio”. Luigi, di Cinisello, giocava a bandiera, alle belle statuine, con la trottola e la frusta o col cerchio, quello della bicicletta, al quale erano stati tolti i raggi: “Erano giochi che facevo con gli amici nel cortile di paulot. Ma nella mia zona per un periodo ero l’unico maschio, ed era pieno di tusanett; giocavamo a nasconderci, ero fortunato come in un harem”, raccontava ridendo. Ricordava anche che si giocava a palla in piazza o al campo sportivo. Il pallone era fatto dai ragazzi; per averne gratis uno di cuoio, si andava nelle discariche a cercare le latte Cirio. Con 114 etichette si poteva avere il moschetto Balilla o il pallone; i ragazzi preferivano quest’ultimo. “Sempre in piazza, quando gelava, si andava a schettinare; mettevamo sotto gli zoccoli dei ferri ricavati dalle molle dei materassi vecchi. Un vero divertimento!”. Anche a Balsamo, quando c’era il ghiaccio, i bambini, dandosi una spinta con gli zoccoli, scivolavano fino alla chiesa. Aldo ricordava che quando gli zoccoli erano consumati, applicando le molle si rompevano a metà: “E a casa ci facevano la ramanzina. All’oratorio giocavamo a pallone, dall’una alle sei, sempre correndo a piedi scalzi. C’erano quelli più grandi che avevano le scarpe chiodate, ogni tanto perdevano un chiodo che si infilzava nei nostri piedi. Ci disinfettavamo strisciando il piede per terra e via di nuovo a correre. Lungo l’unica strada in terra battuta giocavamo colpendo con una frusta una trottola che correvamo a prendere prima che si fermasse.

A volte bigiavamo, nascondendo le cartelle dietro un’edicola, e andavamo al campo d’aviazione a catturare le lucertole; ci divertivamo a portarle a scuola per far spaventare la maestra. Una volta non abbiamo più trovato le cartelle, la signora dell’edicola le aveva consegnate ai nostri genitori. Quella sera paga!”. “Giocavamo alla corda in tanti modi – raccontava Dorina – entrando e uscendo senza saltare, oppure a chi resisteva di più saltando, prima lentamente e poi sempre più velocemente. Si giocava al mondo; venivano disegnati dei quadrati per terra, si lanciava un sasso piatto e si doveva saltare nei quadrati con un piede solo. C’era la palla-base, due squadre con un capitano, una specie di baseball. Ricordo anche palla prigioniera, si doveva tirare la palla colpendo uno della squadra avversaria, che veniva fatto prigioniero. Anche rubabandiera era bello, ragazzi contro ragazze.

A guardie e ladri si giocava vicino a casa, dovevano venire a prenderci per metterci in prigione. Io ero una delle fortunate perché avevo la bicicletta, portavo in sella le mie amiche e andavamo da via Dante fino al campo volo di Bresso; una bella fatica! Avevo una bambola, ma era di porcellana e mia mamma non mi ci faceva giocare perché aveva paura che la rompessi; però preparavo dei vestitini con la carta o i ritagli di stoffa.

Anche Ines giocava con le bambole di celluloide, per le quali aveva imparato a tagliare i vestitini: “Ma giocavamo anche a palla, mondo, mosca cieca, nascondino o con la corda. Con le lattine costruivamo i trampoli e con la carta gli aquiloni. Era proprio una bella infanzia!”. E dopo i giochi la merenda. Guido raccontava che in piazza a Cinisello c’erano le granite dei baracchini dell’Ugo e della Costanta. Bruna ricordava anche le granite dello zio Rocco: “Quando uscivamo da scuola ci fermavamo in piazza a mangiarle sulle panchine. Con un triciclo girava il Gigi de la gnaccia, che d’inverno vendeva il castagnaccio e d’estate il gelato. A noi bambini piacevano: gli asabesi [in pieno periodo coloniale alcuni abitanti di Assab–Eritrea furono portati in Italia come attrazione; da allora le caramelle di liquirizia con le faccine, nere come loro, furono chiamate così], le stecche di liquirizia che intingevamo nel limone, il legno dolce, i fruttini, le caramelle Elah Novecento, quelle di zucchero a forma di animaletti o fiori. E dopo la guerra è arrivata la cicca americana”.

Dal lattaio di via Frova, Varner comprava con cinque lire la bustina di farina di castagne dove intingeva il bastoncino di legno dolce: “Ma ero goloso anche delle pesche ripiene di marmellata che compravo nel panificio dietro la chiesa”. Per Gianni Rodari la scuola è una cosa seria, ma lo è altrettanto il gioco. L’immaginazione e la drammatizzazione non devono essere visti come svaghi o diversivi, ma come un lavoro basilare. Il gioco assume una funzione importante nell’aprire la mente e favorire la formazione del pensiero logico-scientifico. Questo racconto, fatto dai bambini del tempo che fu, alcuni dei quali avevano vissuto l’esperienza tragica della guerra, lo dedico ai bambini vittime delle guerre, in particolare a quelli palestinesi, privati del gioco dal terrore dei bombardamenti. Lo dedico a quelle madri che, consapevoli di poter perdere i figli, scrivono i nomi sulle loro gambe, perché possano essere identificati nel caso vengano uccisi, e alle tante madri che piangono i loro figli ogni giorno. “Cease fire now, cessate il fuoco adesso. Fermare la strage di bambine e bambini a Gaza”, è l’appello di Amnesty International. Secondo fonti Unicef il 40% delle vittime sono minori.

Nella foto (P.Gobbo): bambini in piazza Vittorio Emanuele (oggi Gramsci), anni Venti.

Patrizia Rulli

Articolo precedente

Crocetta, lavori in arrivo per i palazzoni Aler di via Friuli

Articolo successivo

“No alla strada nel parco”.  E si torna a parlare di Grugnotorto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *