28 Febbraio 2024

Il giornale di Cinisello Balsamo e Nord Milano

Luisito Suarez, un campione

La palla ribalzava, ballerina, nei sedici metri davanti alla “porta del freddo” di San Siro, irta di segatura. Guarneri sradicava il cuoio all’attaccante avversario. Picchi appoggiava a lui, poco fuori dall’area. Un controllo a seguire e un lancio di trenta metri. Non parabolico. Fitto, a non più di duecento centimetri dal terreno. La sfera planava, docile, davanti a Jair, già in corsa e con guadagno notevole sul terzino. Il brasiliano arriva sul fondo e metteva in mezzo dove giungeva Mazzola: rete!

Il tutto confezionato da Luisito Suarez. Allora si giocava così. Adesso l’avvio dell’azione e il lancio vengono affidati ai portieri. Ditemi voi, se sia più consono il termine “evoluzione” oppure l’esatto contrario.

Luisito Suarez, oggi è scomparso da questa terra ma da tempo era scomparso il modello di calciatore da lui impersonato. Nell’agosto del ’61, arrivato da immigrato a Cinisello Balsamo da poche settimane, proveniente dal mio paese nella bassa padovana, andai con alcuni amici di Borgo Misto (di sicuro c’era anche, Avelino Moriggi) allo stadio “Sada” di Monza. Andammo per assistere a un’amichevole tra i biancorossi (allora si chiamava Simmenthal) e l’Inter di Herrera. Suarez era appena giunto dal Barcellona, dove aveva vinto il Pallone d’Oro. Fu una serata pirotecnica. Colpi di tacco, veroniche, tagli all’ungherese, stop con il collo del piede, triangoli a filo d’erba con Mario Corso. Insomma, uno spettacolo.

Suarez l’ho incontrato molte volte (grazie a Pippo Sapienza ai tempi addetto stampa dei neroazzurri) tanti anni dopo. Lui era ancor là, al servizio dell’Inter. Mi ha raccontato molte cose ma su una era ferreo: non si dava pace quando un giocatore di Serie A sbagliava un passaggio di pochi metri su un campo che pareva un biliardo. Lui, che giocava nella segatura di quell’area di San Siro, ne sbagliava uno a stagione e tutto lo stadio prorompeva in rumorose esclamazioni di sorpresa, per poi abbracciarlo con un uragano d’applausi.

Che la terra ti sia lieve, caro Luis, come lo fu il tuo tocco.

Ivano Bison

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