17 Giugno 2024

Il giornale di Cinisello Balsamo e Nord Milano

Non mangiamoci l’Amazzonia

di Ottavio D’Alessio Grassi
LAV Monza Brianza

È questo l’eloquente titolo di un report del WWF del 2014. La foresta tropicale più grande e ricca di biodiversità del pianeta minacciata dalle coltivazioni intensive di soia. A chiunque verrebbe spontaneo osservare che, in qualche modo, dobbiamo pur nutrire l’umanità. Ebbene, il dato sorprendente, che pochi conoscono, è che soltanto il 6% della soia prodotta a livello mondiale è destinata al consumo umano. I tre quarti sono destinati a nutrire gli animali degli allevamenti intensivi: bovini, suini, pollame.

Negli ultimi cinquant’anni, si apprende dal report, si è perso un quinto della superficie della foresta amazzonica e la coltivazione di soia è la maggiore responsabile di questa devastazione, a cui si aggiungono i pascoli per il bestiame, il disboscamento per il commercio legale e illegale del legname, le miniere, la costruzione di strade, ecc. Con l’attuale trend di disboscamenti, determinato soprattutto dalla crescente domanda mondiale di prodotti agricoli per mantenere la filiera della carne, oltre la metà di questo patrimonio forestale potrebbe andare perduta entro un decennio, anche per via dell’innesco di un circolo vizioso di siccità e incendi boschivi che rischia di autoalimentarsi.

Le conseguenze della progressiva scomparsa di questo straordinario patrimonio naturale non sono soltanto rappresentate dalla perdita di una biodiversità inestimabile (flora e fauna) e difficilmente recuperabile. La distruzione della foresta avviene mediante l’uso della forza e della violenza sistematica nei confronti delle popolazioni indigene che vi si oppongono strenuamente.

Secondo il Rapporto “Violence Against Indigenous Peoples of Brazil” del 2021, emesso dal CIMI (Conselho Indigenista Missionário), le invasioni nelle terre indigene sono particolarmente aumentate nel corso di quell’anno, in un contesto di violenza e attacchi contro i villaggi indigeni e i loro leader, accompagnati dallo smantellamento degli organismi di ispezione e assistenza a queste popolazioni. Un’escalation di violenze e aggressioni criminali, spesso avvenute con impiego di armi pesanti, regolarmente denunciate dagli indigeni e ignorate dal governo federale, culminate nel solo 2021 con l’assassinio di 176 indigeni, in perfetta continuità con gli anni precedenti, a cui si aggiungono 148 casi di suicidio. Il rapporto registra anche casi di omicidi persino di giovani e bambini indigeni compiuti con estrema crudeltà e brutalità.

Gli aggressori si accaniscono anche contro la cultura e le tradizioni delle comunità indigene, incendiando gli spazi centrali dei loro villaggi, utilizzati per i riti spirituali. Periodicamente, rappresentanti delle comunità degli indios dell’Amazzonia vengono anche in Italia per rappresentare la tragedia che stanno vivendo. Nel 2017 partecipai a un incontro pubblico a Milano, organizzato da Survival International, una delle organizzazioni che cercano di salvare dall’eutanasia le comunità degli indios. Ospite era Ladio Veron, un leader dei Guaraní-Kaiowá, una tra le più numerose comunità indie del Mato Grosso do Sul.

Il padre di Ladio, Marcos, un “cacique”, un capo religioso che conosceva i segreti per guarire dai morsi dei serpenti, era stato il leader della comunità di Takuára. Anche Marcos era stato in Italia nel 2000. Aveva incontrato e commosso studenti e autorità. A Napoli gli avevano regalato un cesto di terra e gli era parsa una buona profezia: un giorno sarebbe tornato con i suoi Kaiowá a pregare e a danzare nei luoghi dei padri. Da oltre cinquant’anni il suo popolo lottava per rientrare in possesso di una minuscola fetta della foresta ancestrale, completamente tagliata e trasformata in allevamento dai ricchi fazendeiros. La sua gente, deprivata della foresta, viveva e vive tuttora ai margini delle strade, in tende di fortuna, oppure ammassata in piccole riserve, sovraffollate, impossibilitata a cacciare e pescare o a seminare raccolti, a tal punto che la malnutrizione miete ogni anno vittime tra i bambini.

Ladio raccontò che, stanchi di attendere giustizia dai tribunali a cui si erano rivolti e i cui giudici davano sempre ragione agli avvocati dei ricchi latifondisti, suo padre Marcos e la sua gente rioccuparono la loro terra per due volte e due volte vennero cacciati con la forza dalla polizia e dai paramilitari assoldati dagli allevatori. Nel corso del secondo tentativo, agli inizi del 2003, Marcos venne picchiato a sangue dagli sgherri degli allevatori e finito con un colpo di pistola.

I recenti anni della presidenza Bolsonaro hanno favorito la distruzione della foresta, varando misure legislative che hanno incentivato lo sfruttamento e l’appropriazione da parte dei latifondisti delle terre indigene e smantellato le norme a protezione dei loro territori. Ma la devastazione della foresta amazzonica è in corso da decenni ed è la domanda mondiale di carne e di soia ad alimentarla.

Con 30 mila tonnellate annue, l’Italia è il primo importatore europeo di carne bovina dal Brasile. Immaginando tutta questa carne caricata su TIR in fila in autostrada, si copre una distanza di oltre 20 chilometri. La fame di carne degli italiani è tale che la produzione interna non è sufficiente. La bresaola della Valtellina, marchio IGP, è in realtà prodotta con la carne di zebù brasiliano, lavorata in Italia sia per il consumo interno che per l’esportazione. E, oltre alla carne, l’Italia importa più di 500 mila tonnellate di soiadal Brasile. Ogni anno!

Ciò che acquistiamo al supermercato scatena delle conseguenze e rischia di finanziare aziende che stanno letteralmente dando fuoco al Brasile, al suo patrimonio forestale. Una filiera che provoca il genocidio sistematico delle comunità degli indios che in quelle foreste vivono da sempre. Sono stati scritti libri e prodotti film sullo sterminio dei nativi del Nord America ad opera dei “bianchi” europei colonizzatori di quelle terre e da tempo rimpiangiamo la loro cultura fatta di valori, saggezza e rispetto per la natura, delle sue leggi, dei suoi delicati equilibri. E oggi, che sta avvenendo lo stesso genocidio nei confronti degli indios del Sud America, ci comportiamo da silenti e indifferenti osservatori, in una sorta di permanente, grottesca dissociazione cognitiva. Gli esecutori della distruzione della foresta amazzonica e dei crimini nei confronti delle comunità degli indios li conosciamo e stanno in Brasile. Ma i mandanti siamo noi. Noi consumatori.

Dobbiamo essere consapevoli che, come tali, abbiamo un potere straordinario, che potremmo usare per fare scelte che abbiano un impatto positivo sul pianeta, sulle persone e anche sugli animali, le cui inenarrabili sofferenze sono sempre le ultime ad essere considerate. Sono le nostre scelte a tavola che possono cambiare il mondo!

Redazione "La Città"

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