3 Febbraio 2023

Il giornale di Cinisello Balsamo e Nord Milano

La strage di Piazza Fontana e quel sacerdote cinisellese che si salvò per un soffio

Milano, venerdì 12 dicembre 1969. È una giornata uggiosa, alle 16.30 è già quasi buio, il clima è di festa per l’avvicinarsi del Natale, c’è molta gente lungo le strade del centro, le vetrine sono illuminate, i bar sono pieni. Improvvisamente questo paesaggio festoso si frantuma. Alle 16.37 il suono sordo di uno scoppio si diffonde nel centro cittadino. Una carica di circa un chilo e mezzo di cartucce di gelatina di dinamite esplode nel salone circolare della Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana. L’edificio è ancora pieno. Si conteranno 17 morti e 88 feriti. È l’attentato più grave dei 25 messi in atto dal 15 aprile al 12 dicembre di quell’anno. Orrore e sdegno percorrono Milano e tutto il Paese

Non è  la prima volta che Milano viene colpita da un attentato dinamitardo. Alle 22.40 di mercoledì 23 marzo 1921, al Kursaal Diana in viale Monforte (oggi viale Piave), durante uno spettacolo, vi furono 21 morti e 80 feriti. 160 candelotti di gelatina esplosiva in una cesta, ricoperti da paglia e bottiglie vuote, erano stati  posizionati all’ingresso che portava all’hotel che si trovava accanto al teatro. Era giovedì, quel 12 aprile 1928 quando, alle 9.50, in piazza Giulio Cesare, un boato impressionante scosse la zona della Fiera Campionaria di Milano nel giorno dell’apertura della sua 9^ edizione dedicata al decennale della vittoria della Prima guerra mondiale. Una bomba a tempo, collocata nel basamento in ghisa di un lampione, deflagrò tra la folla assiepata. Le schegge di ferro resero devastante l’effetto dello scoppio. Si contarono 20 morti e 40 feriti. Si ipotizzò un attentato al re Vittorio Emanuele III, che era atteso per inaugurare la fiera. Nell’attentato del 1921 al Kursaal Diana si era trattato di un’azione sfuggita di mano agli anarchici che in realtà non volevano colpire il teatro bensì uccidere il questore Giovanni Gasti per protestare contro gli arresti di alcuni redattori di Umanità Nova, tra i quali l’anziano e malato Errico Malatesta. Furono condannate 3 persone. L’attentato suscitò orrore e disapprovazione anche negli ambienti anarchici. Questo precedente verrà citato in occasione dei due casi successivi, quasi a giustificare le indagini indirizzate verso le piste rosse e anarchiche. Per la strage della Fiera Campionaria non furono mai scoperti i responsabili, mentre quella di Piazza Fontana fu compiuta dall’organizzazione di estrema destra Ordine Nuovo, coadiuvata da alte complicità all’interno dello Stato e di ambienti internazionali legati alla Nato e alle strutture di intelligence statunitensi.

Come tutti gli italiani, anche i cinisellesi sono sconvolti da quanto accaduto il 12 dicembre. Il caso vuole che il primo testimone di quella strage è un cinisellese d’adozione: don Corrado Fioravanti che si trova in piazza Fontana al momento della deflagrazione. Don Corrado (Spiga d’Oro 1997) aveva fondato nel 1965  il Movimento Fraternità che, oltre quella di Cinisello Balsamo, contava numerose altre sedi. Era conosciuto come il prete dei poveri, si occupava degli emarginati, dei diseredati, dei profughi e degli ex carcerati. La Fraternità di Cinisello, destinata a giovani lavoratori occupati nelle vicine fabbriche, aveva 100 posti letto e pasti caldi. Sorse nell’edificio di fianco all’oratorio maschile di Balsamo, fatto costruire anni prima da don Carcano per ospitare l’Opera della Gioventù. Quel 12 dicembre don Corrado sta per entrare nella Banca quando il boato lo ferma. È lì quando le vetrine esplodono, quando due corpi vengono scaraventati sul marciapiede della piazza. Sebbene sotto shock e raggiunto da alcune schegge di striscio sulla mano, prende coraggio ed è una delle prime persone a entrare nella Banca. Il sacerdote si trova dinanzi all’orrore, avanza incredulo tra i feriti e le vittime, raccoglie le ultime parole di un morente e inizia a soccorrere i feriti, alcuni gli chiedono la benedizione. Ne esce terrorizzato, con l’abito talare insanguinato, in cerca di aiuto. Dopo poco viene intervistato dai giornalisti e la sua testimonianza verrà trasmessa dai telegiornali e riportata dai giornali: “ Mi è venuta incontro una ragazza senza un braccio. Con l’altro mi ha tirato la tonaca ‘Padre, mi aiuti’. Uno grida ‘non sento più la gamba’ e infatti mi rendo conto che  non aveva più la gamba. Ma c’era anche chi oltre a essere rimasto senza una gamba aveva perso anche un braccio: così, atrocemente mutilata, giaceva a terra una ragazza. E poi altre voci ancora ‘mi tolga questo tavolo di dosso’. Toglievo. Toglievo. E sotto trovavo mutilati. Ustionati. C’era gente che bruciava e si rotolava a terra in fiamme. Ho pregato per quelle maschere di sangue, per quei ventri squarciati, per quei poveri brandelli di sangue. Ho dato a tutti l’assoluzione e la benedizione di Dio”.

Il 15 dicembre, il giorno dei funerali delle vittime di piazza Fontana e della morte di Giuseppe Pinelli, Camilla Cederna lo descriveva così: “Una densa nebbia padana, bassissima, quasi buio a mezzogiorno, nessun raggio di luce, il cielo non c’era. La piazza era un tappeto nero di gente che aspettava i morti davanti al Duomo in un silenzio monumentale. Sul sagrato c’era tutta la Milano operaia che faceva ala al passaggio delle bare, un’immensa folla immobile e buia nel buio.”

Scriveva Elio Catania: “Nelle intenzioni originali degli stragisti, allo sbandamento iniziale dell’opinione pubblica e delle sinistre avrebbero dovuto seguire una serie di gravi problemi di ordine pubblico, in grado di giustificare una svolta autoritaria nel Paese. La prima occasione sono i funerali delle vittime di piazza Fontana: nella notte tra il 14 e il 15, squadre di operai di Sesto San Giovanni e Cinisello Balsamo partono per presidiare la piazza e cacciare le squadracce di fascisti provocatori che già dall’alba volevano impedire lo svolgimento dei funerali”. Bruno Casati (quadro del Partito Comunista milanese), in un’intervista raccolta da Catania del 2013, affermava: “La folla che riempieva la piazza non era una folla passiva e anonima, ma consapevole; era lì per dire: qua sono morti miei, morti della mia gente, gli altri stiano lontano. E c’era un silenzio impressionante: quando passavano le bare la gente aveva mantenuto un silenzio di ferro. La tensione era altissima e noi, anche se ancora non sapevamo, eravamo pronti a tutto”. Quel giorno nel Duomo gremito vi era anche don Corrado che volle partecipare per portare consolazione ai parenti delle vittime.

Patrizia Rulli

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