29 Novembre 2022

Il giornale di Cinisello Balsamo e Nord Milano

La storia locale dei cinisellesi. Armando D’Alessio Grassi racconta i bambini e la guerra

Riprendiamo con questo brano a pubblicare i racconti dei cinisellesi e dei balsamesi. Dopo quelli di Angelo Vittorio Borgonovo e Gabriella Broggiato, oggi è la volta di Armando D’Alessio Grassi, che ringraziamo. Negli anni Quaranta era un adolescente che viveva a Balsamo, nella villa Di Breme Forno. Il suo è un racconto che riporta agli anni bui della guerra. Armando narra un episodio di giochi infantili che avrebbe potuto costargli caro, ma che per fortuna non ebbe conseguenze. Diversamente andò un anno prima a Giordano Ghezzi di 11 anni che fu ucciso dai nazisti. I ragazzi spesso non sono consapevoli dei rischi di certe loro azioni, ancor più in guerra. Ricorda Gabriella Milanese che nel dopoguerra, nelle vicinanze della scuola elementare di Cinisello, erano affissi alcuni manifesti che invitavano i bambini a non toccare oggetti metallici: “Ero colpita dall’immagine di un bambino che aveva perso la gamba per aver toccato un oggetto metallico che era in realtà una bomba”. In tempi più recenti nei Paesi in guerra, sono i più piccoli le vittime delle cosiddette mine giocattolo che attraggono soprattutto i bambini per l’insolita forma. Provviste di due ali laterali che servono per farle volteggiare, non cadono a picco quando vengono rilasciate dagli elicotteri, si comportano come i volantini, si sparpagliano qua e là su un territorio vasto. Le mine non scoppiano subito, spesso non si attivano nemmeno se le si calpesta. Ci vuole un po’ di tempo. Bisogna prenderle, maneggiarle ripetutamente, schiacciarne le ali. Chi le raccoglie può portarsele a casa, mostrarle nel cortile agli amici incuriositi che ci giocano passandosele di mano in mano. Allora esploderanno.

La famiglia D’Alessio Grassi durante il periodo della guerra, nella foto è assente Armando.

Per noi era soltanto un gioco. Un giorno di fine estate del 1944, sequestrato dai repubblichini, salvato dalla fuga

di Armando D’Alessio Grassi

La prossima celebrazione dell’anniversario della Liberazione – che ricorda tra l’altro il sacrificio di molti partigiani che agirono per la libertà del popolo italiano –  mi riporta alla mente due episodi di fine estate ’44, per fortuna non cruenti (tra molti altri difficili e cruciali), ma che avrebbero potuto causare conseguenze per la mia famiglia. Ho vissuto il particolare, difficile e drammatico periodo della storia italiana durante il quale incombeva per tante persone la minaccia della deportazione, oppure il rischio di essere coinvolti, anche accidentalmente, nelle rappresaglie dei nazifascisti, che cercavano di catturare ogni individuo sospettato di appartenere a movimenti clandestini o a cellule partigiane. Si viveva tra coprifuoco, proibizioni, permessi e restrizioni. Si faceva la fila con in mano la tessera per comperare un po’ di pane nero o latte in polvere, sempre con il terrore dei bombardamenti, con la visione dei palazzi distrutti, dei morti per le strade e dei mitragliamenti effettuati dagli Spitfire, i veloci e micidiali aerei da caccia inglesi.

In quegli anni abitavo con la mia famiglia in uno degli appartamenti della villa dei marchesi Di Breme, poi Forno. Una Villa nobiliare settecentesca di Cinisello Balsamo situata in via Martinelli, ora abilmente ristrutturata. Ero un ragazzino di dodici anni e il punto di riferimento per i miei svaghi e giochi estivi era l’oratorio di Balsamo, confinante con la parrocchia presso cui (lo seppi dopo l’insurrezione del 25 Aprile ‘45) si erano rifugiati in clandestinità ex giovani militari contrari alla Repubblica Sociale Italiana (RSI), guidata da Mussolini. Tra i giochi, che in quei mesi mi avevano stupito e incuriosito, vi era quello di creare dei piccoli razzi (per simulare le famose bombe volanti V1 e V2 tedesche), infilando nei pedriœu (piccoli imbuti fatti di carta) delle micce simili a “spaghetti”, ricavate dai bossoli delle mitragliatrici pesanti e dei cannoncini della contraerea. Come procurare gli “spaghetti”? Tra i ragazzi oratoriani di Balsamo e quelli più grandicelli di Cinisello si diceva che presso il presidio militare repubblichino c’era la possibilità di prelevare il materiale necessario, asportando grossi bossoli contenenti gli “spaghetti” dalle postazioni delle mitragliere poste nelle vicinanze del presidio. Alcuni amici più grandi mormoravano che gli esecutori di tali ruberie appartenessero a cellule partigiane locali. Noi ragazzini non conoscevamo il significato della parola partigiano e nemmeno il pericolo che si celava dietro a questo sospetto. Il presidio si trovava presso le baracche ai margini dell’aeroporto militare di Bresso-Cinisello (dove la Breda era stata rasa al suolo nel bombardamento del 30 aprile ’44), sulle piattaforme delle batterie contraeree, a suo tempo smantellate dai tedeschi (sull’area dove oggi sorge l’Ospedale Bassini), in adiacenza all’autostrada Milano-Bergamo.

Pertanto, quel pomeriggio di fine estate, con quattro o cinque amici coetanei, uscendo dall’oratorio, arrivammo imprudentemente a una distanza di circa un centinaio di metri da quelle baracche, spinti dalla curiosità. Seduti sul bordo dell’autostrada, mentre stavamo osservando e confabulando su come avessero fatto gli “ignoti ladri” a impossessarsi dei bossoli, ecco in lontananza apparire due repubblichini che, facendo segno con le braccia, ci invitarono a recarci da loro. Senza esitazione alcuna, con la speranza che ci offrissero qualcosa da mangiare, ci avvicinammo un po’, tenendoci però istintivamente a debita distanza. Con un sorriso che sembrava volesse tranquillizzarci, nel chiederci se conoscevamo gli autori dei furti, si avvicinarono lentamente a noi e, con una mossa fulminea, mi afferrarono il braccio. Strattonandomi, mi condussero in una stanzetta nelle baracche, dove venni rinchiuso a chiave. Terrorizzato, pensai subito a mia madre e a mio padre che mi stavano aspettando a casa, a due delle mie tre sorelle e ai miei quattro fratelli (di cui tre ex militari, rifugiatisi da parenti dopo l’Armistizio dell’8 settembre ‘43). Ricordo solo brividi e tanta paura. La stanzetta dove mi trovavo era attrezzata per lavori di manutenzione e aveva, sul lato opposto alla porta di ingresso, una finestra, in quel momento socchiusa, sopraelevata di circa due metri, che dava campo retrostante. Fuori sentivo un confabulare che man mano si allontanava, poi udii uno dei miei compagni urlare stupidamente che sarei fuggito dalla finestra, mentre già lo stavo facendo. Con un salto degno di un felino, cercai di uscire, ma stavo ancora a mezz’aria quando vidi sbucare uno dei repubblichini. Lotta impari, pensai. Lui alto, calzoni alla zuava, in maniche di camicia nera, scarponi ai piedi, passo doppio del mio. Io, il più piccoletto del gruppo, calzoncini corti sopra le ginocchia, camiciola, piedi scalzi, come si usava allora in estate, dotato però di uno sprint veloce. Risollevatomi subito da terra, scappai via di corsa. “Fermati!” – urlava con voce perentoria il repubblichino. Solo cinque o sei metri mi distanziavano da lui. Il terrore mi impediva di esprimere tutta la potenzialità in una delle mie doti preferite: la corsa a piedi. Il terreno era molto accidentato ma non sentivo il pungere degli sterpi e delle pietruzze sparse sul sentiero che portava alla scarpata autostradale. Correvo forsennatamente, singhiozzando dal terrore. Dei miei compagni era scomparsa ogni traccia. Ero rimasto solo con l’inseguitore, di cui sentivo il fiatone. Vedevo avvicinarsi la scarpata che, con la mia agilità, mi avrebbe forse potuto salvare dalle grinfie del repubblichino, che nel frattempo si era avvicinato. Un salto e poi a carponi sulla scarpata, afferrando come presa i cespugli d’erba per darmi più spinta. Ma quel dosso sembrava non finire. Con un groppo in gola che mi attanagliava il respiro e spaventatissimo, feci un ultimo sforzo salendo in diagonale, sino a raggiungere la piattaforma pavimentata dell’autostrada.Vidi che la distanza tra di noi era aumentata di circa una dozzina di metri. Rallentai dopo aver notato con la coda dell’occhio che il militare, sbuffando non poco, si era arrestato. “Fermati, vieni qui, non ti faccio nulla!” – continuava a urlare. Notai che era disarmato e pensai che ero stato ingenuo, ma grullo, no! E velocemente, prendendo altre direzioni per raggiungere casa, mi allontanai. L’avevo scampata bella! Che brividi al pensiero che avrei potuto nuocere alla mia famiglia, in particolare a miei fratelli, sotto la pressione di un eventuale interrogatorio. E l’insistenza e lo sforzo con il quale il militare cercò di agguantarmi, lasciava intendere la volontà di farlo. I repubblichini erano tremendamente vendicativi. Eravamo ancora in guerra, sottoposti al loro volere-potere.

Villa Di Breme Forno

Ma il terrore non era ancora terminato. Qualche giorno più avanti, un rastrellamento improvviso fu effettuato da pattuglie tedesche e repubblichine, proprio nella via dove abitavo. Una mitragliata squarciò la tranquillità del rione. L’avevano indirizzata contro un giovane che stava fuggendo attraverso il parco di villa Di Breme. Qualcuno aveva fatto la spia? Il più giovane dei miei quattro fratelli (Edoardo di 19 anni), nel sentire gli spari e le urla dei repubblichini, si rifugiò dietro un grosso camino angolare, sopra il tetto della villa. Una morsa di angoscia pervase mia madre, mio padre, le mie due sorelle e il sottoscritto, al sentire ulteriori colpi di mitra che pensammo fossero diretti anche a lui. “Razzia, razzia!” – sentimmo l’urlare dei tedeschi che stavano setacciando ogni angolo della Villa. Dopo qualche ulteriore sparo, forse intimidatorio, sentimmo un rumore di scarponi chiodati salire lo scalone che portava alle abitazioni e un battere di colpi con il calcio del mitra contro la porta dell’appartamento dove abitavamo. Effettuata una rapida perquisizione se ne andarono. Ancora impietriti dalla paura per la sorte incerta di mio fratello, tirammo un grande sospiro di sollievo liberatorio quando lo vedemmo rientrare sano e salvo. Qualcuno dal cielo aveva protetto la nostra famiglia? Certamente Si!

In questo scenario di grande travaglio, non posso non annoverare un evento triste e cruciale accaduto a mia sorella maggiore, suor Maria Luisa, infermiera di guerra. Nell’ottobre ‘43, a soli 28 anni, sacrificò la sua giovane vita nell’assistere, presso l’Ospedale Maggiore di Bari, i militari italiani (reduci dalla tragica, cruenta e rovinosa guerra contro la Grecia) colpiti da gravi malattie infettive, di cui anche lei fu vittima. La notizia della sua morte ci pervenne alla fine del conflitto: ne fummo addolorati e costernati. Il mio pensiero e le mie preghiere, ancora oggi, le rivolgo a lei per aver protetto dal cielo i fratelli e tutta la famiglia.

Nella prima foto i tre dei fratelli D’Alessio Grassi in villa Di Breme Forno, da sinistra: Giuseppe (Pepi), Edoardo e Armando.

Patrizia Rulli

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