7 Dicembre 2022

Il giornale di Cinisello Balsamo e Nord Milano

Don’t Look Up: “Basato su fatti realmente possibili”

La storia ha inizio con una dottoranda (Jennifer Lawrence) che individua una cometa con un diametro simile a 100 campi di calcio, la cui traiettoria punta dritta verso la Terra. Tempo dell’impatto: 6 mesi o poco più. Insieme al suo professore (Leonardo Di Caprio) dell’Università del Michigan, allertano le autorità.

La presidentessa degli Stati Uniti (Meryl Streep)è troppo impegnata nella manovra politica e le elezioni di medio termine per dare loro retta. Così si rivolgono alla stampa, ritrovandosi nel mezzo a quella tipologia d’informazione che va, di questi tempi, per la maggiore. Cioè, la tendenza a sminuire, alleggerire, le notizie. Anche i grandi giornali, a dispetto della verità, si affidano ai grafici d’indice d’ascolto e al numero dei clic e dei “mi piace”. Al cospetto di una certificata e imminente catastrofe terracquea, il panico che prende i protagonisti (veri scienziati ma poco avvezzi al mondo dei media) si manifesta con l’irrefrenabile rabbia della giovane studentessa e attraverso la vanità del suo professore, il quale si fa prendere dalla sindrome dell’apparire, fino a giungere a separasi dalla moglie (Melanie Lynskey) per un’infingarda conduttrice (Cate Blanchett) solo interessata al successo della sua trasmissione.

Una volta confermati i dati dei due oscuri ricercatori del Middle West, non si contano le trovate della politica, pronta a cogliere l’attimo per rendersi popolare e populista. La Casa Bianca è occupata oltre che da una sorta di Trump in gonnella anche da suo figlio: ingordo reaganiano di ritorno, impersonato da un favoloso Jonah Hill. Pensano, per prima cosa, di organizzare una missione suicida mettendo alla guida di un’astronave atomica un ex eroe di guerra.

Qui, viene concessa una simpatica citazione.

Così il povero frate Salvatore de, “Il Nome della Rosa” (Ron Perlman) fa il verso allo Slim Pickers di “Il dottor Stranamore” di Kubrick. Subentra intanto, un nuovo soggetto (Peter Isherwell, doppiato con maestria da Mino Caprio) che impersona i messianici guru dei telefonini. A tutto tondo, padroni e sfruttatori ma con l’eterna aria di volere il bene dell’umanità. Ci penserà lui a risolvere la questione? Con l’assenso dell’amministrazione pro tempore dello studio Ovale, della quale è il maggiore finanziatore? Non diciamo come andrà a finire.

Tuttavia, accenniamo ai caratteri. Essi riproducono il negazionismo più sfrenato assurto al potere; i dubbiosi da tastiera; gli influencer influenzabili; gli studiosi, bravi professionisti e pattinatori su skate (Timothèe Chalamet) alleati, una volta tanto, contro l’ignoranza imperante.

Ho letto molti commenti dopo aver visto questo film, diffuso in esclusiva su Netflix. Non tutte le recensioni concordano sull’alta qualità del lavoro di Adam McKay. Egli è lo stesso autore de “”La grande scommessa” (2015) che qui si ritrova nel mezzo di una cascata metaforica. Era del tutto imprevedibile quando (nel 2019) presentò ai produttori il progetto di “Don’t Look Up”.

Infatti, il film doveva assumere una verve farsesca e fantapolitica, con accenti catastrofici. Viceversa, è arrivata la Pandemia da Covid-19 e le possibili metafore sono in numero molto maggiore al “mille e non più mille…” di medievale superstizione. Tanto da far tentennare chi forniva il budget e a riflettere se con questo film si rischiasse “di arrivare tardi”.

McKay, invece, non tralascia nulla per punteggiare l’inadeguatezza di tutti noi, se posti di fronte a seri problemi come quello che stiamo attraversando. Non temiamo sbilanciamenti nel definire, molto bella la storia proposta dal regista di Filadelfia e non solo per il cast di altissima qualità annoverato.

Una raccomandazione: “Don’t Look Up” è da seguire fino all’ultimissima riga dei titoli di coda. Capirete il perché.

Ivano Bison

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