11 Agosto 2022

Il giornale di Cinisello Balsamo e Nord Milano

La storia locale raccontata dai cinisellesi. La parola ad Angelo (classe ’47)

Verba volant, scripta manent, dicevano i latini, e dal momento che le parole volano e gli scritti rimangono, noi de La Città vogliamo farci narrare dai nostri lettori, con brevi racconti scritti, qualche ricordo della loro vita legato alla città.

Questa idea non ha l’ambizione di essere una vero e proprio lavoro scientifico di ricerca sulle tradizioni bensì, molto più semplicemente, una sorta di patchwork di forme e colori diversi che rappresenti l’espressione di una realtà variegata come la nostra e proprio per questo più colorata e interessante. Perché sono le diversità che rendono vivace una comunità, sono le singole culture che vanno a comporre una tradizione collettiva, fatta dal percorso di vita di ciascuno.

Se vuoi essere universale parla del tuo villaggio, questa è una frase fondamentale di Lev Nikolàevič Tolstòj che ci ricorda quanto le microstorie dei territori siano importanti.

Noi, molto più semplicemente, abbiamo l’ambizione di mettere in scena su queste pagine l’amarcord della nostra città.

I racconti verranno pubblicati periodicamente sulla pagina Facebook del giornale.

Oggi iniziamo con il racconto di Angelo Vittorio Borgonovo che ringraziamo per la disponibilità.

Sono nato nella Còrt de la Madonna Sunta che si affaccia sulla cosiddetta Piazzetta di via Garibaldi a Cinisello, lì dove prima di me era nato mio padre e prima ancora mio nonno. All’epoca della mia nascita – era appena finita la guerra – la corte stava terminando la sua funzione agricola per la quale era stata costruita e si apprestava a iniziare una nuova era, così come stava iniziando una nuova era l’Italia del boom economico.

A quel tempo la corte era abitata da famiglie che erano lì da sempre, gli anziani allevavano piccoli animali domestici visto che le mucche, di cui una volta erano piene le stalle, non c’erano più. Con la stessa ostinazione mantenevano, o meglio cercavano di mantenere, le tradizioni e riti di sempre, in particolare quelli di devozione cristiana, come le feste religiose.

Probabilmente la corte, già dalla metà dell’Ottocento (la data esatta non è certa), venne denominata Còrt de la Madonna Sunta in quanto sul muro esterno c’era un affresco, protetto da una grata in ferro, raffigurante la Madonna Assunta. Io lo ricordo a malapena, vuoi perché scolorita dalle intemperie o perché la grata era talmente arrugginita che verso la metà degli anni Cinquanta del secolo scorso si era deciso di sostituirla con una più moderna statua in gesso, quella che ancora oggi si può vedere in Piazzetta. Il proprietario della casa dove era stata collocata, il più abbiente della corte, si era offerto di sostenere interamente il costo della sostituzione. In quattro e quattrotto fece scavare nel muro la nicchia e vi depose la statua della Madonna. Probabilmente chi la commissionò, non esperto di immagini sacre, commise un errore, di cui nessuno però si accorse: la Madonna non era Assunta, come quella del dipinto, bensì della Medaglia Miracolosa. Fu soltanto nel corso del recente restauro che l’errore fu notato e, per porvi rimedio, fu apposta una targa che restituiva alla statua la sua giusta iconografia. La Madonna è ancora lì ai giorni nostri, sempre a protezione della Piazzetta, ma soprattutto della sua còrt che si chiama ancora de la Madonna Sunta.

Le tante statue dedicate alla Madonna o ai Santi sono lì a testimoniare quanto gli abitanti fossero orgogliosi delle loro Feste religiose, alle quali partecipavano proprio tutti.

Si iniziava il 17 Gennaio, Festa de Sant’Antoni, con il grande falò, la cui origine si perde nella notte dei tempi. Il falò però non veniva acceso nella corte, bensì nella Piazzetta; a questo evento partecipavano anche gli abitanti degli altri cortili che si affacciavano su di essa. Ognuno contribuiva come poteva portando i margasch (fusti di granoturco), vecchie tavole di legno, oppure oggetti da bruciare; quando la pila era pronta toccava all’abitante più anziano accendere il fuoco. Mi ricordo che per anni tale onore era toccato all’Angiulin urtulan. Il falò ardeva tutta la sera e buona parte della notte, quando attorno ad esso rimanevano solo gli uomini a bere vino e a raccontarsi vecchie storie. Da come il fuoco bruciava e dalla grandezza delle braci, alcuni di loro traevano delle conclusioni su come sarebbe stato il prossimo raccolto e così via. Per noi ragazzi più grandi era di rito il salto sopra il falò, un gioco per mettere alla prova la nostra abilità e per dimostrare di essere cresciuti.

Questa usanza rimase in Piazzetta sino a metà degli anni Cinquanta quando il Comune asfaltò via Garibaldi, proibendo di accendere fuochi sul manto stradale. Allora ci si trasferì nella còrt del Cott al numero 21 di via Garibaldi, ma l’usanza durò pochi anni ancora, un po’ per motivi di sicurezza, ma soprattutto perché noi ragazzi organizzatori, tra i quali il sottoscritto, avevamo esagerato iniziando quattro sere prima a fare il giro tra i vari cascinotti in campagna, rubando un notevole numero di fascine di margasch per accatastarle in una stalla oramai in disuso. Finiti i cascinali, eravamo passati alle corti vicine, rubando tutto quello che si poteva bruciare, comprese le cassette vuote di un signore che faceva l’ortolano al mercato. Il falò riuscì benissimo, ma i problemi iniziarono la mattina successiva quando le donne si accorsero dei furti: mancavano i treppiedi dei mastelli e le cassette della frutta. Io ricordo di essere stato mandato per quindici giorni a Cusano da mio nonno materno sino a che le acque si furono calmate. Quello fu l’ultimo falò a cui partecipai e da allora non ho più voluto neppure vedere un solo Falò de Sant’Antoni.

In seguito, in ordine cronologico, c’era Basà el Signur, che era il tradizionale bacio che si dava al Giovedì Santo al crocefisso di Gesù nella chiesa di Sant’Ambrogio in piazza Gramsci. Noi ragazzi partecipavamo, non per convinzione, ma perché pressati dalle nostre mamme.

Si arrivava poi al Lunedì di Pasqua, quando quasi tutto il cortile era mobilitato per partecipare alla processione che partiva dalla chiesa di Sant’Ambrogio e arrivava a Sant’Eusebio, dove per tradizione si mangiavano le uova sode. Noi ragazzi partecipavamo alla processione con entusiasmo perché iniziava la primavera, la stagione dei giochi all’aperto.

Altra occasione da noi attesa era il Rosario del mese di Maggio, che veniva recitato in chiesa alla sera intorno alle 20, almeno così ricordo. Noi ragazzi ci presentavamo sul sagrato con una mezz’oretta abbondante di anticipo per dare inizio ai giochi che si protraevano sino a che la mai dimenticata Suor Celestina, con urla e rimproveri, ci faceva entrare in chiesa.

La festa religiosa più attesa era indubbiamente quella del 15 Agosto, la Festa de la Madonna Sunta, che iniziava alle prime luci dell’alba, quando i componenti delle famiglie soprannominate Munscia e Pitirlin si presentavano con tutto l’occorrente per erigere un altare e per abbellire il portone della nostra corte. In tarda mattinata arrivava il prete per dire messa, dapprima sotto l’affresco e in seguito davanti alla statua. La festa continuava quando l’Angiulin urtulan predisponeva i tavoli e vendeva le fette d’anguria prelevate dalla ghiacciaia che aveva sotto il pavimento del negozio di frutta e verdura, dove pazientemente, durante l’inverno, aveva stivato la neve. A partire dalla metà degli anni Sessanta questa festa andò scemando poco a poco sino a interrompersi, in quanto i vecchi erano morti e i giovani, colpiti da improvviso benessere, il Ferragosto preferivano trascorrerlo ai monti, al mare o ai laghi.

Oramai le famiglie del cortile erano cambiate, i più erano andati ad abitare in case più comode e al loro posto, a partire dal 1951, erano arrivati quelli che chiamavamo i veneziani, anche se la maggior parte veniva dal Polesine, e poi i meridionali, soprannominati terύn. Oggi, quando passo dalla Piazzetta, mi viene il magone pensando che nella mia corte la tradizione è scomparsa perché non è rimasta una sola famiglia del luogo.

Nella foto in alto a sinistra – in seconda fila da sinistra: Augusto e Adele grande. In primo piano: Angelo Vittorio, Rosetta e Annamaria.

Nella foto in alto a destra – in primo piano Fernandina, sullo sfondo sua madre Maria del Maurin dal nome del marito Mauro.

Patrizia Rulli

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2 commenti

  • Che meraviglia, Angelo! Io non ho i tuoi stessi ricordi perché, anche se il papà era nato e cresciuto come te a Cinisello e la mamma era venuta da ragazza con i suoi fratelli ad aprire un ‘prestino’ dietro la chiesa, sono nata a Monza, perché i miei si trasferirono là da sposati. Però ricordo bene certe atmosfere delle corti, perché venivamo tutte le settimane, appuntamento fisso, dalle nonne e a volte restavo per giorni, quando era finita la scuola. E ricordo bene e con tanto affetto lo zio Franco e la zia Virginia, che in relata erano gli zii del papà. Grazie di questo bel ricordo!

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    E ricordo bene e con tanto affetto lo zio Franco e la zia Virginia, che in relata erano gli zii del papà. Grazie di questo bel ricordo!

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    E ricordo bene e con tanto affetto i tuoi genitori, lo zio Franco e la zia Virginia, che in realtà erano gli zii del papà. Grazie di questo bel ricordo!

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