Duecento anni fa la prima stesura de I Promessi Sposi. Nella villa di Brusuglio (Cormano)

Tutti conoscono I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, il romanzo storico ambientato tra 1628 e il 1630 in Lombardia, durante il dominio spagnolo, considerato una delle massime opere della letteratura italiana, sicuramente la più rappresentativa del romanticismo italiano. Quest’anno, proprio nel mese di aprile, ricorre il bicentenario dell’inizio della stesura della prima bozza intitolata Fermo e Lucia, mai pubblicata, e da alcuni considerata un romanzo a sé. Furono composti, in circa un mese e mezzo, i primi due capitoli e la prima stesura dell’introduzione.

Il 24 aprile 1821, il martedì dopo Pasqua, Manzoni preparò un foglio bianco, intinse la penna nell’inchiostro del calamaio e scrisse le prime righe della storia: “Sulla riva meridionale del ramo del Lario che viene alla fine a ristringere per tal modo e ravvicina le due riviere a segno che si può dire che a quel punto il lago cessi e il fiumi cominci…”. Negli anni successivi questo e altri passaggi verranno corretti, limati, raffinati all’estremo, alla ricerca di uno stile meno aulico e più facile da comprendere da parte di un pubblico vasto. Il romanzo gli impegnò molti anni di lavoro e studio per arrivare alla stesura definitiva e durante quel primo anno si interruppe più volte.

Il 17 luglio, leggendo la Gazzetta di Milano del 16, aveva saputo della morte di Napoleone Bonaparte, avvenuta il 5 maggio precedente nel suo esilio all’isola di Sant’Elena, e decise di comporre un’ode a lui dedicata. Sempre in quel periodo progettò anche la tragedia Spartaco, che lo distolse dalla stesura del romanzo, ma l’opera fu presto accantonata e in seguito abbandonata definitivamente. Ci fu infine un’altra interruzione in quanto Manzoni volle ultimare la stesura dell’Adelchi, iniziato a novembre dell’anno precedente; lo terminò il 21 settembre, esclusi i due cori, di poco successivi.

Esattamente un anno dopo, nell’aprile del 1822, riprese a scrivere il suo romanzo Fermo e Lucia, portando a termine, a settembre del 1823, quella che lui stesso definì una creazione letteraria caratterizzata dalla tendenza al vero storico. Vi mise però quasi subito mano, modificandone la struttura e abolendo le lunghe digressioni. Si giunse così nel 1827 alla pubblicazione dell’edizione denominata Ventisettana, dal titolo I Promessi Sposi. Ma, non ancora soddisfatto dal punto di vista linguistico, volle “pulire” la lingua ibrida utilizzata che definì lui stesso essere “un composto indigesto” di toscano, lombardo, latinismi e francesismi, per avere una lingua unitaria. Questa revisione, denominata Quarantana, fu pubblicata a dispense a partire dal 1840 fino al 1842, impreziosita dalle illustrazioni di Francesco Gonin.

La cornice dove tutto iniziò fu la sua villa di campagna, situata nel borgo di Brusuglio, già facente parte della Pieve di Bruzzano, divenuto in età napoleonica frazione di Bruzzano. Al borgo fu restituita l’autonomia dagli austriaci con la costituzione del Regno Lombardo-Veneto, autonomia durata poco in quanto nel 1871 il comune fu soppresso e aggregato a quello di Cormano. Manzoni, ritornato a Milano dalla Francia nel 1810, visse nella villa di Brusuglio per interminabili estati con l’adorata moglie Enrichetta Blondel e i numerosi figli, mentre la sua residenza milanese era dal 1813 in via Morone. Brusuglio fu per lui anche un possedimento da far fruttare: investimenti, contratti agrari, rendite, bachi da seta, compra-vendita di sementi. Inoltre, divenne per un periodo un rifugio dalla pandemia di colera, giunta in Lombardia tra la fine del 1835 e il 1836; evitando così Milano, dove un cittadino su dieci veniva colpito dalla malattia (1037 morti Milano città, 4296 Milano e Provincia, 32015 in tutta la Lombardia).

La villa, oggi nota come Villa Manzoni, era di proprietà della madre, Giulia Beccaria, che la ricevette in eredità da Carlo Imbonati, l’uomo che amava e per il quale si separò dal marito Pietro Manzoni. Giulia, figlia di Cesare Beccaria, da giovane era innamorata di Giovanni Verri, con il quale non fu possibile convolare a nozze. Sposò allora Manzoni, un ricco gentiluomo più anziano di lei. Il 7 marzo 1785 nacque Alessandro, che tutti i milanesi sapevano essere figlio di Verri e non di Manzoni, che però lo riconobbe e lo allevò come suo (in anni recenti, il ritrovamento da parte di Piero Campolunghi della lettera scritta da Giuseppe Gorani a Giovanni Verri, conferma che il padre di Alessandro era Verri).

Giulia Beccaria si era guadagnata negli anni una reputazione di donna di facili costumi, madre snaturata, non autenticamente religiosa, ma soltanto bigotta, e così via. Per almeno cent’anni dopo la sua morte molti studiosi l’avevano condannata con giudizi sommari; è stata riabilitata in anni recenti da Donata Chiomenti Vassalli che l’ha descritta, senza pregiudizi, in una biografia del 1956 basata su documenti in gran parte inediti. Ma sarà Pietro Citati nel 1973 a vedere più a fondo e, superando ogni condanna morale, a dipingerla in modo amichevole e quasi ammirato, riconoscendone la forza e la vitalità. Secondo Guido Bezzola, autore nel 1985 della sua più recente biografia, Giulia era “una persona intelligente, vivacissima, autonoma, capace di scelte coraggiose e controcorrente, intrepidamente mantenute contro i pregiudizi del tempo e della società”; insomma quasi un’eroina che finalmente ottiene un po’ di giustizia. Dai carteggi delle famiglie Beccaria, Verri, Manzoni e dei loro parenti e amici (nel libro di Marta Boneschi Quel che il cuore sapeva) emerge una donna di gran cuore, una pioniera della famiglia moderna. Cresciuta nel Settecento libertino, comprese e assecondò le idee dei tempi nuovi, riscoprendo la fede e costruendosi un nuovo destino, fondando una famiglia per il figlio – ritrovato dopo vent’anni – e per se stessa, all’insegna dell’amore appassionato ma savio, supportando Alessandro nell’affrontare una serie di problemi di salute e di lutti familiari e impiegando l’enorme patrimonio ereditato da Imbonati per consentirgli di soddisfare la propria ambizione di scrivere il suo romanzo I Promessi Sposi.

NOTA
Oggi a Brusuglio è possibile visitare la chiesa di San Vincenzo (parrocchiale già nel XVI secolo), il cimitero dove si trova la tomba della famiglia dello scrittore (che invece riposa al Famedio), con le spoglie della madre e della moglie Enrichetta Blondel e, in occasione dell’Ottobre Manzoniano, la villa che vide la nascita de I Promessi Sposi. Ancora oggi residenza privata dei discendenti della famiglia, la villa e il parco conservano intatto il fascino delle numerose testimonianze di vita del Manzoni e della sua famiglia. Alcune delle sale sono divenute una cornice prestigiosa per ricevimenti, meeting, cerimonie, pranzi e cene di lavoro, congressi.
La villa degli Imbonati, già esistente sullo scorcio del XVII secolo, appartenne, tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, a Carlo Imbonati il quale, alla sua morte, lasciò erede universale Giulia Beccaria. Nel 1807, quest’ultima fece erigere nel giardino un tempietto funebre a lui dedicato, su progetto dell’architetto Gottardo Speroni. La villa – costituita da due corpi di fabbrica rettilinei e paralleli, uno con i rustici e l’altro con la residenza, ai lati di un grande cortile – probabilmente versava in condizioni non ottimali. Per tale ragione nacque inizialmente l’idea di una ricostruzione integrale, affidata all’architetto Vittorio Modesto Paroletti. Ma il progetto era troppo ambizioso, tanto che Manzoni concepì ben presto un’idea assai più semplice, successivamente tradotta in progetto architettonico da Gottardo Speroni. I lavori si conclusero nel 1818, comprendendo anche la sistemazione del giardino, effettuata personalmente dal Manzoni che si dedicò alla creazione dell’ampio parco, nei cui viali amava molto passeggiare. Piantò molti alberi, che ancora oggi sono presenti, platani, castagni, magnolie, faggi e alcune piante innovative per l’epoca, come l’ortensia e la robinia pseudoacacia. Fu creata una montagnola con un belvedere in cima, grazie alla terra proveniente dallo scavo per la rettifica del corso del Seveso, che attraversava il parco. Probabilmente già nel 1816 fu demolito il tempietto a Carlo Imbonati, le cui spoglie erano già state trasferite altrove, e venne costruita nelle immediate vicinanze una ghiacciaia. Nel 1954, in occasione dello scavo per la realizzazione di una fontana al centro del cortile, furono rinvenuti frammenti della lapide funeraria; mentre i resti del tempietto vennero scoperti solo nel 1976.

Patrizia Rulli

Patrizia Rulli

Articolo precedente

La giunta di centrodestra salva le nutrie. Per i disabili di Cascina Gatti c’è lo sfratto

Articolo successivo

Le antiche vie romane “adottate” dalla parrocchia di Sant’Eusebio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy.

Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.

Cliccando su “Accetto” acconsenti all’uso dei cookie.