Ennio Elena, il ricordo di un grande giornalista. Lavorò a l’Unità e fu direttore de La Città

Era stata varata da poco la legge del Giorno della Memoria, quando si presentò nel mio ufficio un giornalista, del quale ricordo in particolare lo sguardo intenso, che chiese di poterci intervistare in merito alle attività che l’Amministrazione comunale aveva messo in campo per celebrare questa nuova ricorrenza. Era soprattutto favorevolmente incuriosito dal concorso rivolto alle scuole, che prevedeva, come premi per i vincitori, viaggi nei luoghi della Memoria. Si trattava di Ennio Elena, un grande giornalista. La Città ebbe il privilegio di poter contare sulla sua collaborazione e, in occasione del 43° anniversario del nostro giornale, lo vogliamo ricordare.

Era nato il 30 maggio del 1927 ad Alassio, in provincia di Savona. Spirito libero con forte carattere, non esente nella passione del dibattito da punte anche di notevole asprezza. Da giovanissimo funzionario del Partito Comunista della Federazione di Savona, nel dopoguerra aveva scelto di lottare per un domani migliore e più giusto, sognando, come molti altri della sua generazione, di cambiare il mondo, convinto anzi, nella sua fresca ingenuità, di poterlo fare. Povero di studi regolari, perché povero di famiglia, e dunque costretto a lavorare già a tredici anni in un grande albergo di Alassio come fattorino, aveva poi saputo conquistarsi da autodidatta una cultura di alto spessore. Dotato di un’effervescente fantasia portata alla satira, aveva un talento che si manifestava in fulminanti epigrammi, che scriveva nelle pause del lavoro e faceva circolare fra gli amici; molti finirono sulle pagine di Tango prima e di Cuore poi.

Come spesso capitava allora a chi nel partito si occupava di propaganda, aveva iniziato a collaborare con l’Unità come corrispondente. In seguito cominciò a lavorare a tempo pieno per il giornale, alla redazione della pagina di Savona. Conclusa quell’esperienza, accettò nel 1960 il trasferimento a Milano, ma Savona e la Liguria gli rimasero nel cuore e nella parlata. A Milano iniziò nel servizio interni e passò quindi in cronaca, facendo esperienza della città, della sua vicenda politica e sociale negli anni più intensi delle lotte sindacali, delle contestazioni giovanili, poi della strategia della tensione e del terrorismo, raccontando con rigore e con scrittura precisa e lieve vicende drammatiche. Divenne di Milano un profondo conoscitore e un acutissimo narratore. Era stato uno dei cronisti più attenti e brillanti de l’Unità dal dopoguerra agli anni Novanta, testimone e narratore di vicende grandi e piccole, di sentimenti e di storie, presentate con uno scrupolo assoluto, con una documentazione attentissima, ma anche con una scrittura di grande qualità.

Si era occupato in particolare della tragica vicenda della diossina, la nube tossica che si sprigionò da un reattore della Icmesa di Meda, al confine con Seveso. Si era dovuto muovere tra silenzi e omertà, tra banali semplificazioni e occultamenti, riuscendo attraverso una paziente ricerca di mesi a ricostruire il quadro completo di quella storia (che finì in un bel libro), sempre raccontandola dalla parte delle vittime, di quanti erano stati espropriati della loro salute, di un ambiente vivibile, persino delle loro case. Proprio il tema della salute, legato inevitabilmente a quello della sanità, era diventato il suo prediletto campo di lavoro e di ricerca. Aveva documentato lo stato della sanità nel nostro Paese, si era occupato di medicina del lavoro e si era avvicinato, dopo Seveso, ai grandi problemi dell’ecologia. Ma molta della sua attenzione si soffermò anche sugli aspetti dell’attività della Chiesa, intessendo un forte rapporto con la Curia milanese e incontrando la stima, lui non credente, di numerosi praticanti e anche di alti porporati, che apprezzarono la sua serietà e il suo rigore nel trattare la materia. Nel 1986 scrisse anche un articolo sull’esperienza dei valdesi che avevano dato vita al Centro culturale Jacopo Lombardini, realtà cittadina che ben conosceva da quando aveva scelto di vivere a Cinisello Balsamo. La moglie, Rosetta Ottonello (di Bergeggi, staffetta partigiana, iscritta dal dopoguerra al P.C.I.), fu assessora del nostro Comune, dal 1964 all’Istruzione Pubblica e Cultura, dal 1970 all’Igiene e Sanità Servizi Sicurezza Sociale e in seguito consigliera comunale fino a luglio del 1975, quando fu nominata sindaca di Settala, riconfermata nel 1979. Morì improvvisamente a gennaio del 1985, a soli cinquantacinque anni.

Alla pensione, Ennio Elena non lasciò il giornalismo, continuò a scrivere prestando la sua cultura e la sua intelligenza al nostro giornale e a Triangolo Rosso (il giornale dell’ANED e della Fondazione Memoria della Deportazione), dove scriveva su ogni numero articoli di grande qualità. Eccezionali le sue interviste ai deportati o agli internati militari, nomi noti come Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Nedo Fiano, Alessandro Natta, Gianrico Tedeschi, Mario Rigoni Stern, Pinin Carpi, Liliana Segre. A lui, infine, fu dedicata una rubrica intitolata Controcanto, cui era riservata l’intera controcopertina.

Lo ricordano ancora con affetto i nostri redattori che collaborarono con lui: Fabrizia Berneschi e Ivano Bison, che lo conobbe nel 1982 alla redazione de l’Unità a Milano. Si trovavano a parlare, davanti alla macchina del caffè, della Sampdoria e delle sue vicissitudini e del suo speciale interesse per il cinema, in particolare per l’opera di Luchino Visconti. Fu direttore de La Città dal 1993 al 1999. Ricorda Ivano Bison: “Fu un giornalista vero. Narrò storie di grande portata e vicende minime, sempre con la precisione del cronista e con il dovuto acume analitico. Sempre pronto a dare notizie e suggerire approfondimenti. Quando venne da noi trovò una redazione di ragazzi, a parte lo scrivente. Unico attempato. Lavoravamo con grande leggerezza, nonostante le responsabilità.”

Ennio Elena morì nel cuore della notte del 2 febbraio 2005, nella sua abitazione a Cinisello Balsamo, qualche mese prima di compiere settantotto anni. Dopo la prematura scomparsa della sua compagna, aveva vissuto da solo ed era spesso il suo amico Emilio Teruzzi ad occuparsi di lui per le visite mediche e altre incombenze, così come fu Fabrizia Berneschi a curare con amore il suo funerale e altre pratiche.
Un maestro per tutti noi!

Brani tratti da l’Unità e Triangolo Rosso.

Patrizia Rulli

Patrizia Rulli

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4 commenti

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  • Bell,’articolo… Per chi non ha conosciuto Ennio e per molte persone questi articoli, “FANNO BENE e Sono istruttivo! Sono lezioni di vita!

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  • Un compagno e un amivo indimenticato.

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  • Giovane operaio metalmeccanico scoprii E. Elena su le pagine dell’Unità.
    A distanza di oltre 40 anni ogni tanto apro a caso il suo: Tra Lenin e Craxi noi siamo sospesi,
    Ogni pagina una perla

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  • Grande Ennio! L’articolo lo tratteggia bene, con quel suo carattere ruvido ma sempre alleggerito da una battuta o da un aneddoto sdrammatizzante. Era colto e ironico, e un po’ amaro, come lo sanno essere i liguri. Ma lui, soprattutto nei rapporti umani e professionali, non aveva il braccino corto.

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