4 Dicembre 2022

Il giornale di Cinisello Balsamo e Nord Milano

Non chiamatela Festa della Donna

Immaginate nella notte tra il 7 e l’8 marzo 1944 a Cinisello Balsamo, sotto occupazione nazifascista, una piccola grande donna coraggiosa affiggere sui muri cittadini manifestini che ricordano la “Giornata Internazionale della Donna”, inneggiano all’Italia libera e alle Brigate Garibaldi. È Dina Cereda, staffetta partigiana, che quella notte con altri partigiani compie questa affissione notturna molto pericolosa. I luoghi scelti assumono il sapore della beffa. La mattina seguente, infatti, la gente scorge i volantini incollati nei luoghi più frequentati: in piazza a Cinisello, alla fermata del tram, ma soprattutto sui muri dell’ex Casa della G.I.L. in via Beato Carino, proprio dove c’era il presidio di repubblichini e nazisti.

Ecco, oggi noi siamo figlie di Dina Cereda, figlie di Ines, Maria, Rachele, Rosella, Angelica, Amelia, figlie di donne coraggiose che hanno sfidato il nazifascismo, ma anche convenzioni e retaggi culturali. Noi siamo figlie delle 21 Costituenti, delle partigiane, delle deportate, delle femministe, della prima ministra, della prima magistrata, della prima capo stazione. Oggi noi rivendichiamo quel lungo percorso di lotte per conquistare i diritti … e di strada ne abbiamo ancora molta da fare.

L’8 marzo è la “Giornata internazionale di lotta e di festa della donna”, questa è la denominazione completa ed esatta di una ricorrenza che nel corso degli anni ha trovato una sintesi nelle ultime parole. Il momento della lotta, che doveva precedere e accompagnare quello della festa, oggi è ampiamente accantonato in favore di una riduzione a evento commerciale e di evasione.

E invece è ancora il tempo delle lotte. Le case dove ci rifugiamo per difenderci dal contagio sono ancora teatro di violenze e di morte per molte donne. Un orrore che viene da lontano. In guerra le donne sono il bottino del vincitore. Non c’è guerra senza stupri e ben sono rappresentati al cinema dall’immagine della Ciociara che ci restituisce lo stesso orrore che si coglie nella bocca spalancata della Dafne di Lorenzo Bernini. Nel momento in cui Apollo sta per afferrarla, per potergli sfuggire, lei invoca il padre che la trasforma in albero. Scene di violenza di cui, d’altra parte, tutta la mitologia e la storia sono pervase.

Ancora oggi la donna sola, percepita come indifesa e priva di protezione, è spesso la vittima designata delle violenze, ma anche la donna indipendente, quella che vive liberamente, va incontro all’aggressività maschile. E’ tempo di cambiare, è tempo che gli uomini violenti comprendano e chiedano di essere aiutati. È tempo che giudici e avvocati non chiedano a una donna stuprata com’era vestita, è tempo che le donne educhino i loro figli maschi al rispetto delle altre donne, è tempo di essere orgogliose delle nostre conquiste, è tempo che una direttrice d’orchestra non si senta meglio rappresentata dalla declinazione della sua professione al maschile.
È tempo …

Nella foto Dina Cereda, nome di battaglia “Angela”

Patrizia Rulli

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