Ricostruire la sanità territoriale: serve una rivoluzione ma mancano i rivoluzionari

In questo numero di febbraio abbiamo dedicato uno spazio rilevante al tema sanitario. Abbiamo cercato di capire come sta reagendo la nostra città al momento più difficile dal dopoguerra, come si sta preparando alla campagna vaccinale, come e se sta organizzando l’assistenza.

Siamo consapevoli che buona parte dell’emergenza non sia solo sanitaria ma coinvolga le attività economiche con pesanti ricadute occupazionali che segneranno anche gli anni a venire. Tuttavia ci siamo concentrati sulla sanità perché, come molti di voi ci fanno notare nelle lettere e nelle segnalazioni che ci inviate, non sembra che la lezione imposta dal covid stia rivoluzionando la il sistema assistenziale del territorio come invece ci auguravamo che accadesse.

Cinisello Balsamo, come molti altri comuni della Lombardia, ha pagato un prezzo elevatissimo in vite umane al covid-19, eppure assistiamo quotidianamente e ancora, nonostante sia trascorso un anno di patimenti e dolore, alle segnalazioni sempre più stringenti sulla carenza di medici di base. Un quartiere, quello di Sant’Eusebio, ne ha solo due su 15mila abitanti e in altre zone non va meglio. I due ospedali a noi prossimi, Bassini e Sesto San Giovanni, sono stati ben riorganizzati per affrontare la pandemia, ma mancano gli ambulatori di territorio e le Usca (le unità sanitarie che intervengono a domicilio) non raggiungono, nonostante i lunghi mesi trascorsi, il numero previsto per un funzionamento a regime.

Si ha la sensazione che dopo un primo momento in cui sembrava che tutti, anche i governanti di Regione Lombardia, che tanti errori hanno commesso senza mai ammetterne nemmeno io, avessimo imparato la lezione e che si potesse aprire una nuova stagione. E invece, per il momento, di ambulatori pubblici di quartiere non se ne aprono. Anzi, come nel recente caso di Cormano, quelli che ci sono vengono chiusi e i locali venduti.

Ma non tutto è perduto. Nei giorni scorsi, sebbene con notevole ritardo, il comune di Cinisello si è accorto che così il sistema non funziona e che qualcosa bisogna pur fare. Così, con Ats e Asst, ha deciso di provare a riorganizzare il sistema di assistenza domiciliare per persone malate di covid. Che tradotto significa: medici, infermieri e assistenti sociali in rete pronti ad intervenire nei casi di fragilità che via via verranno segnalati.

Tutto possibile grazie al supporto del consorzio pubblico Ipis, nato qualche anno fa dal lavoro lungimirante e unitario di alcuni comuni come Cinisello, allora tutti guidati dal centrosinistra. E fortunatamente non liquidato nonostante il cambio di colore politico. Un passo importante che da solo però non basta, come non basta l’impegno dei comuni che se lasciati soli, possono davvero fare poco contro la pandemia. Servono ambulatori di quartiere e medici che li facciano funzionare, serve la prevenzione quotidiana, l’assistenza gratuita e capillare per ogni livello di cittadinanza. Serve una sapiente regia regionale che per ora non è mai pervenuta. Serve, in pratica una rivoluzione, ma al momento mancano i rivoluzionari.

Fabrizio Vangelista

Fabrizio Vangelista

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