28 Settembre 2021

Il giornale di Cinisello Balsamo e Nord Milano

Archeologia, leggende e misteri. La lunga storia della chiesetta di Sant’Eusebio

di Chiara Bozzi – archeologa, dottoranda di ricerca Università Ca’ Foscari – Aix-Marseille Université

Si può parlare di archeologia a Cinisello? Sì, se si pensa alla chiesetta di Sant’Eusebio, edificio simbolo della città e dell’omonimo quartiere, da sempre circondato da leggende. Quale cinisellese non ha mai sentito parlare, per esempio, del tunnel della regina Teodolinda? La storia, benché infondata, testimonia l’interesse che questo piccolo “oratorio” suscita nei cinisellesi da diversi secoli. Nel 2016, grazie alla collaborazione tra il Centro Documentazione Storica del Comune di Cinisello Balsamo e la parrocchia di Sant’Eusebio, chi scrive ha avuto la possibilità di organizzare una mostra che cercava di ricostruire la storia di questo edificio attraverso i reperti archeologici in esso contenuti. Recenti lavori di restauro e di messa in sicurezza della facciata, del campanile e della sacrestia hanno portato nuovamente alla ribalta la chiesetta e rinnovato le domande sulle sue origini. Ecco, quindi, le risposte ad alcune delle domande più frequenti che riguardano questo piccolo oratorio.

Quanti secoli fa è stata costruita la chiesetta di Sant’Eusebio?
La risposta non è semplice. L’edificio che vediamo oggi risale probabilmente alla fine dell’XI o agli inizi del XII secolo. Al suo interno l’affresco più antico si trova nella parte inferiore dell’abside: si tratta della raffigurazione di un “velario” su cui sono rappresentati alcuni animali (tra cui forse un gallo) insieme a elementi vegetali, che si data probabilmente al XII-XIII secolo. È una raffigurazione tipica degli edifici di epoca romanica che imita, attraverso la pittura, veli o stoffe su cui spesso erano raffigurati animali fantastici o mostruosi. Tuttavia, anche se la struttura che si vede oggi risale al pieno medioevo, non si può escludere che vi fosse un edificio più antico. A supportare questa ipotesi c’è una serie di indizi, tra i quali la dedicazione a Sant’Eusebio, un santo “antico”, morto intorno al 370 d.C.

Esistono davvero un cardo e un decumano massimi?
Arrivando alla chiesetta si notano sul selciato le scritte “decumanus maximus” e “cardo maximus”. Ma cosa vogliono dire? Si tratta di due termini in lingua latina che indicavano, in età romana, le due principali strade che attraversavano le città romane. Tuttavia, in epoca romana non esisteva la città di Cinisello, il municipium più vicino era Milano, che a quel tempo si chiamava Mediolanum.

Cosa sono quindi le due vie presso le quali sorge la chiesetta?
Molto probabilmente si tratta di due strade secondarie che facevano parte del sistema di centuriazione. La centuriazione era un metodo con cui i romani organizzavano il territorio agricolo, suddividendolo in appezzamenti tramite un reticolo
ortogonale di strade e di canali per la loro irrigazione. La zona che oggi è occupata da Cinisello Balsamo probabilmente in epoca romana era suddivisa in questo modo e forse la chiesetta venne costruita, qualche secolo dopo, in corrispondenza di un antico incrocio secondario.

Chi sono Marcellino e Tealisinia?
Sono i personaggi menzionati in due epigrafi funerarie paleocristiane conservate presso la chiesetta. Il primo, Marcellino, è ricordato da un breve testo di tre righe in cui è definito innocens, si deve supporre quindi che morì in tenera età. L’altra epigrafe è più problematica ed è oggi perduta, si conserva soltanto una copia realizzata alla fine dell’800. Il testo mostra diversi problemi di interpretazione, il primo dei quali riguarda proprio il nome della defunta, Tealisinia (o forse solo Lisinia), si tratta infatti di una parola che non esiste in latino. Si deve forse pensare in questo caso a un errore di copiatura dell’iscrizione originale. La formula che viene usata in entrambe le epigrafi è
molto comune nelle iscrizioni paleocristiane, in italiano suonerebbe come “qui riposa in pace (nome del defunto) che visse anni…”. Né Marcellino né Tealisinia possono essere identificati come dei martiri, nulla nei testi di queste iscrizioni fa pensare a questa ipotesi. La leggenda dei martiri cinisellesi è stata creata da don Vitaliano Rossi, parroco di Cinisello dal 1877, che effettuò dei restauri e degli “scavi archeologici” presso la chiesetta.

Cosa sappiamo della tomba “di Marcellino”?
Si tratta di una tomba che gli archeologi definiscono “privilegiata”, poiché presenta una struttura più complessa di una semplice fossa nel terreno. Essa è costituita da muretti in mattoni e da una lastra di copertura in pietra. La tomba venne scoperta durante gli scavi di don Vitaliano Rossi e al suo interno era riutilizzata, come materiale da costruzione, la lapide di Marcellino. È questo il motivo per cui la sepoltura è comunemente conosciuta come tomba “di Marcellino”. Si tratta però di un errore: l’iscrizione di Marcellino è più antica e si trovava, al momento della scoperta, all’interno della tomba, sul fondo, spezzata in due frammenti.

Si deve quindi immaginare che fu semplicemente reimpiegata nella tomba “privilegiata”. A che epoca risale quindi questa sepoltura?
Un indizio in questo senso ce lo fornisce la facciata della chiesetta romanica, che sembra proprio costruita sopra la tomba e impedisce di vederla interamente.

Chi realizzerebbe una tomba sotto la facciata di un edificio?
Nessuno! Si potrebbe forse pensare che la sepoltura abbia una datazione che sta tra quella dell’iscrizione di Marcellino (V-VI d.C.) e la costruzione della chiesetta romanica (XI-XII secolo).

Cosa sono quei “blocchi” di pietra nel cortile della chiesetta?
Si tratta di tre coperchi di sarcofago di epoca più o meno romana (II-IV secolo d.C.), “riscoperti” a Cinisello alla fine dell’800. Provengono da alcune cascine che si trovavano non lontane dalla chiesetta, dove erano utilizzati come mangiatoie o abbeveratoi per animali (si vedono ancora i fori realizzati per il passaggio dell’acqua). Furono trasportati nel cortile della chiesetta per volere di don Vitaliano Rossi intorno al 1881, dove si trovano ancora oggi. Purtroppo non conosciamo il luogo di provenienza originaria, ma dato il loro peso e le loro dimensioni probabilmente non provengono da
zone molto lontane.

Redazione

Redazione "La Città"

Articolo precedente

Ricostruire la sanità territoriale: serve una rivoluzione ma mancano i rivoluzionari

Articolo successivo

Villa Ghirlanda, bar del parco senza gestore. Il comune lo mette a bando

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy.

Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.

Cliccando su “Accetto” acconsenti all’uso dei cookie.